PHOTO
Il presidente russo Vladimir Putin a Mosca.
La tregua è finita. Lo stop alle armi è durato esattamente per tre giorni, senza alcuna speranza di prolungamento. Passato il termine del cessate il fuoco fissato dal 9 all’11 maggio per le celebrazioni del Giorno della vittoria, nella notte tra l’11 e il 12 maggio missili e droni russi sono tornati a bersagliare Kyiv e diverse regioni del Paese, da Kharkiv a Chernihiv, causando 4 vittime civili e 27 feriti. «Abbiamo affermato che risponderemo con la stessa moneta a tutte le mosse della Russia. La Russia deve porre fine a questa guerra, ed è la Russia che deve compiere il passo verso un cessate il fuoco reale e duraturo. Fino a quando ciò non accadrà, le sanzioni contro Mosca sono necessarie e devono rimanere in vigore ed essere rafforzate», ha dichiarato il presidente Zelensky. La città russa di Orenburg, a 1200 km dal confine con l’Ucraina, è stata colpita da un attacco di droni, come riportato dalle autorità locali: un edificio residenziale è stato danneggiato, ma non ci sono state vittime.
In vista della festa del 9 maggio, giornata di commemorazione della vittoria dell’Unione sovietica sulla Germania nazista al termine della Seconda guerra mondiale, Putin aveva offerto la tregua a Kyiv, di fatto, per salvaguardare la parata militare sulla Piazza rossa di Mosca mettendo al riparo da possibili attacchi ucraini la tradizionale sfilata celebrativa del patriottismo e dell’orgoglio nazionale russi. Un evento che, quest’anno, si è svolto in tono minore, privo del trionfalismo celebrativo, come testimoniato dalla presenza di soli cinque leader stranieri, nonché dall’assenza dei carri armati alla sfilata per motivi di sicurezza, e dai rigidi controlli sulla Piazza rossa per scongiurare eventuali incursioni con i droni.


Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky nei Paesi Bassi.
(REUTERS)La celebrazione più importante dell’anno per il Cremlino ha mostrato le fragilità e difficoltà del regime di Putin. Il quale, dopo aver dichiarato nel suo discorso alla cerimonia che «la vittoria è stata nostra e lo sarà per sempre» in una guerra contro l’Ucraina definita come «forza aggressiva, armata e sostenuta dall’intero blocco della Nato», a margine delle celebrazioni ha poi sostenuto che la fine della guerra in Ucraina è vicina, ha aperto a un possibile negoziato con l’Unione europea e si è detto disponibile ad incontrare il presidente ucraino Zelensky una volta arrivati a un accordo di pace finale. Putin ha indicato come possibile mediatore Gerard Schroeder, cancelliere tedesco dal 1998 al 2005, ritiratosi ormai da anni dalla scena politica. L’82 ex cancelliere socialdemocratico è sempre stato legato al Cremlino (si è occupato del gasdotto Nord Stream, poi del Nord Stream 2 ed è stato presidente di Rosneft, società russa operativa nel settore petrolifero e del gas naturale) ed è sempre rimasto un sostenitore di Mosca e di Putin tanto da non condannare l’aggressione russa all’Ucraina nel 2022.
Per l’Unione europea una cosa è chiara: scegliere il negoziatore non spetta al Cremlino. E non sarà l’ex cancelliere tedesco, troppo sbilanciato verso Mosca. L'Alto rappresentante della politica estera Ue Kaja Kallas ha definito Schroeder «un lobbista di alto livello per le aziende statali russe, quindi è chiaro perché Putin voglia che sia lui la persona in questione, in modo che in realtà sieda da entrambe le parti del tavolo». Anche il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha respinto l'ipotesi avanzata da Putin: «Il nome del negoziatore lo sceglie l'Europa».


Un attacco di droni russi su Kyiv nella notte tra l'11 e il 12 maggio.
(REUTERS)Ma quanto c’è di attendibile nelle dichiarazioni e intenzioni di Putin? L’Unione europea tiene aperti i canali di comunicazione con la Russia: il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, per due volte in una settimana ha sottolineato l'esigenza di aprire un dialogo con Mosca. Ma l’Ue si dimostra cauta, esprime diffidenza nei confronti di un’apparente apertura che potrebbe celare solo una nuova strategia.
Il viceministro degli Esteri russo Alexander Grushko, citato dall’agenzia Tass, oggi ha già fatto un passo indietro nei confronti di quanto espresso solo pochi giorni fa da Putin, affermando che l’Ue mostra di voler «prolungare il più possibile il conflitto». E ha aggiunto che questo «esclude per ora qualsiasi partecipazione costruttiva dell'Unione europea agli sforzi per trasformare il conflitto in un percorso politico-diplomatico».
D’altra parte, Mosca non si è mossa di un millimetro dalle sue richieste per arrivare alla fine della guerra: la cessione alla Russia dell’intero Donbas e il divieto per l’Ucraina di entrare in futuro nella Nato. La questione territoriale continua ad essere il nodo delle trattative più difficile da sciogliere per entrambe le parti: Mosca è determinata ad ottenere il controllo totale entro la fine dell’anno, ad ogni costo. Kyiv non è assolutamente disposta a ritirarsi dal territorio ancora sotto controllo ucraino e chiede garanzie di sicurezza solide.
La linea del fronte ormai da tempo è sostanzialmente congelata. Mentre sul terreno di battaglia si continua a morire, in una guerra di logoramento che - come riportato a febbraio scorso dal Centro per gli studi strategici e internazionali - sta costando molto di più alla Russia che all’Ucraina in termini di perdite militari – tra soldati morti, feriti o dispersi - a fronte di avanzamenti territoriali esigui e molto lenti, nonostante la propaganda finora abbia fatto pensare il contrario.
Tra ventilate aperture al dialogo e puntuali dietrofront, il cammino dei negoziati di pace al momento resta in salita, senza concreti, significativi passi avanti. Tuttavia Putin, che i sondaggi interni danno in calo di consensi, è in evidente difficoltà e al Cremlino - ormai è chiaro - qualcosa si sta inesorabilmente incrinando.




