La cantante israeliana di origini yemenite Noa in Italia si può dire sia di casa. E anche questa estate ha scelto la nostra penisola per il tour incentrato sul suo nuovo album The Giver and the See che è partito da Firenze a luglio con Re-Imagine Peace, un evento del quale è stata direttrice artistica con la cantante e attivista palestinese Mira Awad, che ricordiamo insieme sul palco di Sanremo 2025. Sabato 5 settembre sarà a Sasso Morelli nell’ambito dell’Emilia Romagna Festival, con il concerto The Giver. Un’occasione preziosa per riflettere con Noa sul valore della musica come portatrice di messaggi importanti come la pace e la fratellanza tra i popoli di cui il mondo ha sempre più bisogno.

L’evento di Firenze è stato molto evocativo. Cosa intende con “re-immaginare la pace”?

«Re-Imagine Peace è un atto di sfida contro chi alimenta la paura e la guerra, contro la polarizzazione, l’odio, la violenza. Noi diciamo: deve esserci un’altra strada! Oltre a musica, film, cucina condivisa, preghiera, abbiamo tenuto dibattiti senza paura di affrontare i temi più profondi e dolorosi, senza fuggire, ma restando insieme, con il dolore, la frustrazione, la speranza e i sogni. Sappiamo di non poter cambiare il passato, ma possiamo certamente costruire un futuro diverso. Dobbiamo piangere insieme, se un giorno vogliamo poter ridere insieme. Dobbiamo re-immaginare noi stessi e gli altri, facendo spazio nelle nostre narrazioni a una visione più ampia, più compassionevole, più sensibile, più sfumata. Dobbiamo scrivere una nuova storia: quella vecchia non è più utile né significativa per noi».

Con papa Giovanni Paolo II nel 2000.
Con papa Giovanni Paolo II nel 2000.
Con papa Giovanni Paolo II nel 2000. (REUTERS)

La pace è una parola bellissima e ricca di significato; tutti la desiderano, eppure ci ritroviamo, a ottant’anni dalla Seconda guerra mondiale, ad avere ancora 65 conflitti in corso nel mondo.

«La pace arriverà davvero solo quando raggiungeremo un livello più elevato di consapevolezza, un’espansione della coscienza globale, una profonda comprensione dell’interconnessione di tutta la vita e dell’interdipendenza di tutti gli esseri viventi. Dobbiamo prenderci cura gli uni degli altri, comprendendo che siamo tutti parte di un unico organismo vivente. Questo lavoro può essere compiuto individualmente, attraverso percorsi spirituali di diversa natura: la meditazione, una gentilezza radicale, la compassione e la mindfulness. L’importanza di un lavoro interiore, profondo e personale, non può essere sottovalutata».

Come ha sperimentato nella sua vita che «le canzoni possono davvero diventare strumenti di introspezione, connessione, guarigione e, in definitiva, amore»?

«Sono arrivata a credere che le canzoni non vengano scritte dall’artista ma che passino attraverso di lui. Sono doni provenienti da una fonte superiore, dal Grande Spirito, destinati a essere condivisi e utilizzati nei momenti di gioia e di dolore. È la musica a scegliere il musicista e non il contrario. La mia più grande gioia è sapere che una canzone passata attraverso di me abbia aiutato qualcuno nei momenti difficili, abbia dato ispirazione, aperto la mente, cambiato punti di vista irrigiditi o lenito il dolore di un cuore spezzato».

Quale canzone della storia della musica ha espresso meglio, per lei, questo bisogno di pace?

«Ce ne sono molte, ma sento un legame profondo con Imagine di John Lennon».

Con papa Francesco nel 2015.
Con papa Francesco nel 2015.
Con papa Francesco nel 2015. (olycom/lapresse)

Da giovane ha vissuto una crisi d’identità dovuta alle sue origini yemenite, alla nascita in Israele e alla cittadinanza americana. Perché ha scelto di vivere in Israele?

«Mi sono trasferita lì perché, a sedici anni, mi sono innamorata di un giovane israeliano, di qualche anno più grande di me, e ho capito, con quella certezza profonda che talvolta accompagna le intuizioni decisive, che lo avrei sposato. I miei figli sono nati e cresciuti in Israele. Quando ero spesso in tournée in Europa hanno viaggiato ovunque con me. Sono aperti al mondo ma hanno un centro saldo. Spero che continuino a viaggiare e a vivere ovunque si sentano felici, ovunque li conduca il loro cuore».

È tornata in Italia in un momento storico in cui gli estremismi contrapposti si sono riaccesi e perfino gli artisti vengono spesso giudicati sommariamente in base al loro Paese d’origine, come è accaduto recentemente con la petizione di numerosi intellettuali per escludere Eshkol Nevo da un festival letterario in Puglia. Teme che possa accadere qualcosa di simile anche a lei?

«Credo che mettere al bando gli artisti sia un atto di codardia, cecità e ipocrisia. Sono totalmente contraria. Se volete protestare, fatelo contro chi compie il male, non contro gli artisti. Detesto ogni forma di punizione collettiva: è un atto di violenza. In passato sono stata censurata e, in alcuni luoghi, lo sono ancora oggi, da persone molto diverse tra loro. Ma continuo con determinazione e fede. Credo profondamente in ciò che faccio».

Che cosa l’ha portata a introdurre nuove sonorità, con il pianoforte protagonista, nel suo ultimo album, The Giver and the See?

«Dopo molti anni ho deciso che era arrivato il momento di prendermi una pausa dal rapporto artistico, molto stretto e simbiotico, che avevo con Gil Dor. Volevo realizzare un progetto da sola, con musicisti diversi, così ho scelto Ruslan Sirota, un pianista e musicista straordinario. Abbiamo scritto insieme tutte le canzoni e lui ha anche prodotto l’album. Un’esperienza bellissima».

Ci racconta qualcosa del suo rapporto con l’Italia?

«Sento l’Italia come la mia seconda casa. Il vostro Paese mi ha offerto opportunità straordinarie per esprimermi e toccare le corde più profonde della mia anima: ho incontrato e cantato per quattro Papi, ho collaborato con Roberto Benigni e Nicola Piovani, ho inciso e interpretato canzoni napoletane con il Solis String Quartet, ho lavorato con artisti come Andrea Bocelli, Nabil Salameh, Carlo Fava, Erri De Luca, Pino Daniele e tanti altri, ho cantato al Festival di Sanremo, mi sono esibita in tantissime splendide città, paesi e borghi, in chiese, teatri e piazze, ho fatto volontariato per aiutare chi era in difficoltà e, soprattutto, ho cantato per la pace. Grazie, Italia!».

Un ricordo della sua collaborazione con Nicola Piovani per la colonna sonora de La vita è bella?

«Nicola è una delle persone più gentili, delicate, sagge e sensibili che conosca. Un grande essere umano. Sono profondamente grata di averlo incontrato e di essere rimasta sua amica per tutti questi anni».

Desidera condividere qualcosa di personale su ciò che sta accadendo in Israele e Palestina?

«Stiamo vivendo il periodo peggiore della nostra storia recente. C’è un dolore immenso ovunque e anche una buona dose di negazione. C’è polarizzazione, e anche tanta violenza. Tutti sanno che Netanyahu (primo ministro di Israele, ndr) è un criminale e che il suo governo è una mafia; alcuni, però, non lo ammettono pubblicamente, per vergogna, dopo averlo sostenuto. Io, però, resto ottimista: alle prossime elezioni Netanyahu sarà sconfitto. E allora si aprirà una grande opportunità per unire davvero le forze».