Martedì sera sul palco del Festival di Sanremo, tra luci e applausi, è bastata una parola cucita sul colletto di una camicia per cambiare il tono della serata: “Amal”. Così Ermal Meta ha scelto di presentarsi al pubblico, trasformando un dettaglio essenziale in un messaggio potente. Amal, in arabo, significa “speranza”. E speranza è la parola che più manca quando si parla dei bambini di Gaza.

Il cantautore ha spiegato che ogni sera porterà sull’abito il nome di una bambina o di un bambino di Gaza. Non un gesto provocatorio, ma un segno discreto e ostinato, quasi una preghiera cucita addosso. Un modo per ricordare che dietro i numeri ci sono volti, storie, sogni interrotti. Nomi che rischiano di perdersi nel frastuono delle cronache.

Una ninna nanna che non fa dormire

Il brano in gara, Stella stellina, è una ninna nanna rovesciata. Non accompagna al sonno, ma tiene sveglia la coscienza. Le sonorità orientali fanno da cornice a un testo che racconta una vita spezzata “tra muri e mare”. È la storia di una bambina senza nome o forse con tutti i nomi. «Aysha, Amal, Layla, Nour, Hind… figlie di nessuno, figlie di tutti», ha scritto l’artista sui social.

La canzone è carezza e ferita insieme. Accarezza perché usa il linguaggio dell’infanzia, quello delle ninne nanne che ogni genitore conosce. Ferisce perché costringe a guardare l’innocenza colpita dalla violenza degli adulti. In controluce, c’è la domanda che attraversa ogni guerra: quale colpa può avere un bambino?

Italian singer Ermal Meta performs on stage at the Ariston theatre during the 76th Sanremo Italian Song Festival, Sanremo, Italy, 24 February 2026. The Music Festival runs from 24 to 28 February 2026. ANSA/ETTORE FERRARI
Italian singer Ermal Meta performs on stage at the Ariston theatre during the 76th Sanremo Italian Song Festival, Sanremo, Italy, 24 February 2026. The Music Festival runs from 24 to 28 February 2026. ANSA/ETTORE FERRARI
Ermal Meta durante la prima serata di Sanremo (ANSA)

Uno sguardo all’attualità

Ermal Meta è tornato a Sanremo per la sesta volta (cinque anni dopo l’ultima partecipazione in gara) con Stella stellina, uno dei pochi brani in concorso che apre lo sguardo verso il mondo e i suoi dolori, come già era accaduto nel 2018, quando, in coppia con Fabrizio Moro, aveva vinto la kermesse con Non mi avete fatto niente, sul potere di ricominciare a vivere di un padre la cui moglie era stata vittima di un attentato terroristico.

Stavolta lo sguardo è rivolto alle vittime di Gaza, in particolare ai bambini. Sicuramente in ciò ha influito il fatto che sia diventato padre: adottivo di due adolescenti albanesi e naturale di Fortuna, che ora ha un anno e mezzo. «Potevo andare a Sanremo con una canzone su di loro, ma credo che ci siano dei momenti in cui è importante anche parlare dei figli degli altri, dei figli di tutti. Quello che sta accadendo in Palestina è qualcosa di estremamente grave, una catastrofe umanitaria. Non è una guerra, è un massacro. Non si tratta di fare politica, ma di avere un approccio umano che non vuole essere edulcorato. E diventando padre, la tua capacità di essere empatico aumenta: quando il cuore si allarga e la pelle si assottiglia, probabilmente filtrano altre cose…». Se il riferimento preciso è a Gaza, la canzone ricorda le vittime di tutte le guerre: «Può essere una qualunque bambina innocente, perché i bambini non devono pagare il prezzo della follia degli adulti».

Questa paternità di Ermal Meta è arrivata dopo i 40 anni. «Mio padre era un violento», ricorda il cantautore, che aveva dedicato alla sua difficile esperienza d’infanzia due canzoni, Lettera a mio padre e Vietato morire, terza a Sanremo 2017. «Con mia madre e i miei fratelli siamo scappati in Italia quando avevo 13 anni proprio per sfuggire da lui. Per tanto tempo ho temuto che sarei diventato un padre come lui. Ora so che non è così. Non so che padre voglio essere, ma voglio soltanto esserci, sempre e comunque, in tutti i modi possibili. Esserci quando le mie figlie cadono, esserci quando si rialzano. Esserci: cioè tutto quello che io non ho avuto. Le mie esperienze da figlio mi hanno insegnato che il modo migliore per educare un figlio non è dirgli cosa fare, ma mostrarglielo. Sono i gesti che ti educano, non le parole».

L’infanzia in Albania

Ed è anche per il futuro delle figlie, per cui dice di essere preoccupato, che Ermal Meta non si tira indietro dal testimoniare la sua visione del mondo. «Sono nato sotto una dittatura che resisteva dal 1947, non si poteva protestare, perché si finiva fucilati o impiccati. Dopo la caduta del Muro di Berlino i movimenti studenteschi si sono sollevati con forza, tutti insieme. Tutto è partito da Tirana. Io quel giorno c’ero, e se non ci fossero state tutte quelle persone in piazza non avremmo ottenuto la libertà. Ora sembra che il mondo intero sia nelle mani di pazzi, ma è anche vero che abbiamo perso quel senso di coesione da cui nasce la voglia di fare fronte comune e lottare per il bene di tutti. Ma continuo ad avere fiducia nell’uomo, nella sua capacità di unirsi, mettersi insieme, anche se posso solo dirlo con una canzone».

Stella stellina è la più celebre ninna nanna italiana, composta nel 1920 dalla poetessa veronese Lina Schwarz, e trova echi in molte filastrocche simili in altri Paesi del mondo. «Io l’ho conosciuta venendo in Italia», ci svela, «quando ero bambino mi cantavano ninne nanne tipiche della tradizione albanese». Ermal Meta, già scrittore di due apprezzati romanzi, è autore di una versione di Stella stellina in forma di fiaba, illustrata da Michele Bernardi (edita da Solferino, in libreria dal 6 marzo): il racconto sull’amore più grande, capace di trasformare il buio in un cielo stellato.