C'è una domanda che attraversa i secoli come un filo rosso: cosa rende l'amore capace di durare?

Non nel senso di sopravvivere, di resistere per inerzia o abitudine, ma di fiorire nel tempo, di diventare più ricco, più profondo, più vero con il passare degli anni. È la domanda che abita due delle canzoni più belle di questo Sanremo 2026: "Per sempre sì" di Sal Da Vinci e "Ora o per sempre" di Raf. Due brani che, pur nella loro diversità stilistica, raccontano la stessa verità: l'amore che dura non è un colpo di fortuna, non è un premio per meritevoli, ma una scelta quotidiana, un atto di fede nella gioia, un diritto che si reclama giorno dopo giorno.

Il "sì" che contiene l'eternità

«So bene che è una grande incognita il futuro». Con questa dichiarazione di onestà disarmante, Sal Da Vinci apre il suo "Per sempre sì" e ci colloca immediatamente nel cuore del paradosso nuziale. Perché la promessa d'amore, quella che si pronuncia sull'altare o semplicemente nel segreto del cuore quando si decide di condividere la vita con qualcuno, è l'unica promessa che si fa senza conoscere le condizioni. Si promette fedeltà nonostante tutto, anche se, qualunque cosa accada. È una scommessa così audace che solo l'amore vero può permettersela.

Nel documento "Un", il Dicastero per la Dottrina della Fede ci ricorda che il matrimonio cristiano è «una unione che si apre generosamente agli altri, ma sempre partendo da quella realtà unica ed esclusiva del "noi" coniugale». Quel "noi" non è la somma di due individui, ma una nuova realtà che li trascende, qualcosa che Hans Urs von Balthasar descrive come «più che la giustapposizione delle loro due soggettività». È esattamente ciò che Sal Da Vinci canta quando dice «Litigare e far l'amore poi che male c'è»: l'accettazione serena che la vita a due è fatta di tutto, di momenti alti e momenti bassi, ma che il legame resta, più forte di ogni temporanea difficoltà.

La felicità, qui, non è l'assenza di conflitto. È la certezza che il conflitto non distrugge l'unione. È quel «per sempre» che non è una misura cronologica, ma una qualità dell'amore. Come insegna San Tommaso d'Aquino, tra i coniugi esiste una «amicizia massima», perché si uniscono non solo per la copula carnale, ma per «la comunione di tutta la vita domestica». Questa amicizia è così profonda che può accogliere anche le ombre, le incomprensioni, le fatiche, perché sa che ciò che unisce è più grande di ciò che divide.

L'eredità del tempo

Se Sal Da Vinci celebra la promessa nel suo farsi, Raf con "Ora o per sempre" — scritta con il figlio Samuele — ci mostra il frutto di quella promessa dopo che il tempo ha compiuto la sua opera. «E tu sei sempre la più bella, il tempo ti sta una meraviglia»: versi che sembrano usciti dalla penna di un poeta, e che invece raccontano l'esperienza concreta di un amore che ha attraversato decenni.

Raf in gara a Sanremo con Ora e per sempre
Raf in gara a Sanremo con Ora e per sempre

Raf in gara a Sanremo con Ora e per sempre

(ANSA)

Il tempo, nella visione comune, è il nemico dell'amore. Sfiorisce la bellezza, logora la passione, allenta i legami. Ma Raf ci offre una prospettiva radicalmente diversa: il tempo non distrugge, scolpisce. Rende l'amato ancora più bello, perché aggiunge la bellezza della storia condivisa, dei ricordi comuni, delle battaglie combattute insieme. È ciò che il documento "UNA CARO" chiama «la trasformazione» della pertenencia recíproca: con il passare degli anni, anche quando l'attrazione fisica si attenua, «la pertenencia recíproca no está destinada a disolverse». Anzi, si approfondisce, si arricchisce, diventa «el placer de pertenecerle y que le pertenezca».

C'è un passaggio, nel testo di Raf, che colpisce per la sua potenza: «il mondo che urla e stride, vuoto di empatia». In un'epoca di relazioni liquide, di like e di chat effimere, di connessioni che si accendono e si spengono con la stessa velocità, l'amore che dura diventa un atto di resistenza. È la scelta di non far parte di quella follia, di costruire invece un porto sicuro, un luogo dove l'altro può sempre tornare, dove c'è sempre qualcuno che aspetta.

La monogamia come poesia, non come precetto

C'è una tentazione, oggi, di ridurre la fedeltà a un concetto, a un dovere, a una regola da osservare. Il documento vaticano, invece, compie una mossa geniale: affida la difesa della monogamia non ai teologi, ma ai poeti. Perché solo la poesia può dire l'indicibile dell'amore, può raccontare perché due siano meglio di tre, quattro o dell'infinità liquida delle connessioni contemporanee.

I poeti sanno che l'amore vero ha sempre il volto di una persona sola. Neruda, citato nel documento, scrive alla sua Matilde: «La quinta cosa sono i tuoi occhi». Non "gli occhi", non "occhi belli", ma "i tuoi occhi". Quelli di quella persona unica, insostituibile. È il trionfo dell'unicità contro l'anonimato della moltiplicazione. Ed è esattamente ciò che Raf celebra quando canta «E tu sei sempre la più bella»: non "la più bella in assoluto", ma la più bella per lui, perché la loro storia ha reso quella bellezza irripetibile.

Il poliamore, le unioni aperte, la sessualità fluida — tutte le proposte contemporanee che negano l'esclusività — nascono da un'illusione ottica: pensare che l'intensità dell'incontro si moltiplichi con il numero dei partner. Ma è il contrario. Come nel mito di Don Giovanni, il numero dissolve il nome. L'infinità quantitativa uccide la profondità qualitativa. Solo davanti a un unico volto puoi assumerti una responsabilità infinita. Solo in un "tu" irripetibile puoi riconoscere il mistero della persona.

La felicità come scelta quotidiana

Sia "Per sempre sì" che "Ora o per sempre" ci parlano di una felicità che non è estasi momentanea, ma costruzione paziente. Non è l'euforia del primo incontro, ma la gioia profonda di chi sa di aver trovato il proprio posto nel mondo, accanto alla persona giusta. È quella che i filosofi chiamano eudaimonia, la felicità che nasce dal vivere secondo virtù, e che i teologi chiamano carità coniugale. Papa Francesco, in Amoris laetitia, descrive questa carità come pazienza, benevolenza, capacità di non tener conto del male ricevuto, di sperare sempre, di sopportare ogni cosa. È l'amore che diventa arte della convivenza. E l'arte, come la poesia, richiede esercizio, disciplina, capacità di trasformare la materia grezza della vita in qualcosa di bello.

Sal Da Vinci canta: «Per sempre sì, anche se non so cosa sarà». È l'atto di fede di chi si affida all'altro senza conoscere il futuro, fidandosi solamente della forza di quel legame. Raf aggiunge: «Ora o per sempre, non importa, tanto ci siamo noi». È la certezza di chi ha già sperimentato che quel legame regge, che ha superato le prove, che può affrontare qualsiasi cosa.

L'intima ospitalità

La felicità è «intima ospitalità». Ospitare l'altro in sé e stare bene, essere soddisfatti, appagati, nella pace. Essere ospiti degli altri, negli altri e percepirsi avvolti d'amore, d'affetto, d'amicizia, di fraternità. Questo è esattamente ciò che accade nell'amore che dura. L'altro non è più "altro", ma non è nemmeno fuso con me in una relazione simbiotica che annulla le differenze. È ospite nel mio cuore, e io sono ospite nel suo. C'è uno spazio che resta mio, e uno spazio che resta suo, e c'è uno spazio comune che è il "noi". Ma in quello spazio comune, ciascuno porta il meglio di sé, e ciascuno riceve dall'altro qualcosa che da solo non potrebbe avere.

Ecco perché l'amore che dura è così prezioso, e così raro. Perché richiede un equilibrio difficile tra appartenenza e libertà, tra dono di sé e rispetto dell'alterità. Richiede di imparare a stare nella tensione tra l'essere "una sola carne" e il rimanere due persone distinte, con i propri spazi, i propri tempi, i propri desideri.

Il paradosso della felicità

C'è un paradosso profondo in tutto questo: la felicità non vuole il dolore, eppure si impegna ad amare anche a costo del proprio dolore, pur di trascinare gli altri nella propria gioia. È il paradosso dell'amore vero, che non fugge le difficoltà ma le attraversa, che non ignora le ferite ma le guarisce, che non dimentica il passato ma lo redime.

Le canzoni di Sal Da Vinci e Raf ci parlano di questo paradosso. Ci dicono che la felicità non è leggerezza, ma profondità. Non è evasione, ma presenza. Non è dimenticanza di sé, ma ritrovamento di sé nell'altro. E ci dicono che tutto questo è possibile, che l'amore può durare, che il "per sempre" non è un'illusione ma una promessa che si può mantenere.

Come scriveva il poeta di Nazareth: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri». Forse, oggi, quell'amore comincia da due. E la poesia — o la canzone — è la sua prima, insostituibile, lingua.

Un coro di voci

Malika Ayane in gara a Sanremo con Animali Notturni
Malika Ayane in gara a Sanremo con Animali Notturni
I (ANSA)

Accanto a queste due canzoni, altre voci del Festival 2026 fanno coro sullo stesso tema. In "Animali notturni", Malika Ayane canta un amore che trasforma i due amanti in una specie a parte: «facciamo paura» perché vivono di una sintonia che «la gente non capirà mai». È l'alterità dell'amore vero, che crea un mondo a parte, un linguaggio privato, una complicità che esclude chiunque altro.

In "Sei tu", Levante esplora la stessa dimensione di smarrimento e ritrovamento: «Non mi sento le gambe», «mi manca il respiro» non sono sintomi di malattia, ma manifestazione fisica di un sentimento totalizzante. La felicità non è scelta razionale, ma accoglienza di ciò che ci travolge.

E in "Magica favola", Arisa ci regala la storia di una donna che ripercorre le tappe della sua vita fino a scoprire che la vera felicità è «ritornare tra le braccia di mia madre», è «la bambina ritorna innocente», è quell'arcobaleno che nasce dentro. È la felicità di chi, dopo aver smarrito la strada nel «romantico disordine», ritrova sé stessa.

La casa del "noi due"

Forse, alla fine, tutto si riduce a questo: l'amore che dura è una casa. Una casa che si costruisce giorno dopo giorno, con mattoni di pazienza e malta di perdono. Una casa che non è mai finita, perché c'è sempre qualcosa da aggiustare, da migliorare, da abbellire. Una casa dove si può sempre tornare, dove c'è sempre luce accesa, dove qualcuno aspetta.

«Dimos vueltas y vueltas, / hasta que volvimos a casa otra vez, / nosotros dos». Il verso di Szymborska citato in "UNA CARO" racconta esattamente questo: abbiamo girato e girato, abbiamo percorso strade, abbiamo incontrato persone, abbiamo fatto esperienze, ma alla fine siamo tornati a casa.

Noi due

Ecco la verità più profonda che emerge da queste canzoni: la felicità non è altrove, non è in un'altra persona, non è in un'altra vita. È qui, in questa casa che abbiamo costruito insieme, in questo amore che abbiamo scelto e che ogni giorno ci sceglie. È nel «per sempre sì» che si rinnova ogni mattina, nell'«ora o per sempre» che non è un'alternativa ma una certezza.

Perché quando l'amore è vero, l'ora contiene già il per sempre. E il per sempre non è che la somma di tutti gli "ora" vissuti insieme.