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l cemento della Casa di Reclusione di Milano Bollate non riflette la luce. La inghiotte. Milano il 28 febbraio è una città piegata sotto un cielo basso, color piombo. L’aria sa di pioggia trattenuta. Qui molti là fuori il grigio è struttura, grammatica, destino apparente: muri, corridoi, cancelli che si chiudono con un tonfo metallico che non ammette repliche. Eppure, dentro questa architettura severa, irrompe il colore.
Rosso, giallo, blu. Le maglie delle squadre. I fratini appoggiati sulle spalle larghe e su quelle strette. Le linee bianche tirate con cura sui campi di calcio, pallavolo, basket. La pista d’atletica che sembra una cicatrice arancione nel cemento. Il rumore secco del pallone calciato, il fischio dell’arbitro, la musica, le risate improvvise per una scivolata non voluta o per un goal a porta vuota che rompono la consuetudine del silenzio disciplinato.
Sono quasi duecento: detenuti uomini e donne, agenti di polizia penitenziaria, magistrati, rappresentanti del Comune, volontari, giovani atleti del CSI Milano. La torcia olimpica entra nel cortile come un oggetto straniero e simbolico, anticipo ideale di Milano Cortina 2026. Ma qui la vera fiamma è un’altra: è la possibilità di guardarsi senza la barriera del ruolo.


«Qui il fallo è fallo per tutti», dice Karim, 32 anni, mentre sistema i calcettoni macchiati di erba. Lo dice con una serietà quasi solenne. «Non conta chi sei fuori. Conta quello che fai adesso». In questa frase c’è una pedagogia elementare e rivoluzionaria: la regola come terreno comune.
Il laboratorio Bollate
Bollate è considerato un modello. Non perché sia un’isola felice, ma perché tenta una strada complessa. Il direttore, Giorgio Leggieri, in carica dal 2021, parla di complessità senza infingimenti: «Sembrerebbe tutto semplice, lo sport, la partecipazione, le squadre miste, ma non lo è. Arrivare a interiorizzare le regole, il rispetto, la fatica del risultato, è un percorso lungo».


Sottolinea una parola: interiorizzare. «È più facile costruire un sistema in cui si dice continuamente alle persone cosa devono fare. È più difficile accompagnarle a maturare autonomia, senso di responsabilità, capacità di mettersi in discussione». Poi aggiunge: «La permeabilità con la società civile non è un orpello. È sostanza. Senza contenuti la pena è un tempo vuoto. E il tempo vuoto amplifica gli errori. Noi dobbiamo riempirlo di relazioni significative».


Relazioni. È il termine che ritorna. «Se il clima quotidiano fosse conflittuale, distante, segnato da silenzi assordanti, oggi sarebbe teatro. Invece è possibile perché c’è un lavoro quotidiano, condiviso tra area trattamentale e polizia penitenziaria. Non esiste chi si occupa solo di sicurezza e chi solo di rieducazione. Siamo tutti parte dello stesso processo». Mentre parla, un magistrato e un detenuto discutono su un fuorigioco. Si accalorano, poi si stringono la mano. Non è retorica, è dinamica reale.
Settecento ore che non si vedono
Massimo Achini, presidente del CSI Milano, ha la voce che vibra di convinzione: «Questa giornata accende i riflettori, ma dietro c’è un lavoro che dura tutto l’anno. Settecento ore di sport oltre le sbarre. Non una volta ogni tanto. Ogni settimana». Racconta di squadre di detenuti che partecipano ai campionati ufficiali, di arbitri che entrano, di famiglie coinvolte nelle “mini olimpiadi” genitori-figli. «Un detenuto mi disse: “In carcere un arbitro che entra cambia la giornata”. Figuriamoci cosa succede quando entrano squadre intere, quando entra il mondo».
Poi si fa più profondo: «Ogni volta che si gioca in carcere accadono due trasformazioni simultanee. Per chi è dentro significa sentire che la vita non è sospesa per sempre. Per chi entra significa rimettere in discussione i propri pregiudizi. Si esce diversi». Gli chiedo se resta qualcosa il giorno dopo. «Resta un segno. Non sempre visibile, ma reale. Resta l’idea che il rispetto delle regole conviene. Che la squadra funziona solo se ciascuno fa la sua parte. Sono anticorpi sociali».


Il campo come specchio
La partita di calcio tra detenuti e agenti è intensa. Finisce 4-1 per i detenuti. Ma il risultato è quasi secondario. Marco segna, poi lascia il campo: «Ho i colloqui con mia madre e la mia fidanzata». La sua giornata è divisa tra il campo e una stanza colloqui dove si gioca un’altra partita, quella degli affetti da ricucire. El Gringo, senegalese, MVP del torneo, alza la coppa e la consegna ai compagni. «Il premio più grande è aver giocato insieme», dice. La sua voce è ferma. In quel gesto c’è un’idea di comunità che resiste alle sbarre.
Sul campo di pallavolo Francesca salta, schiaccia, cade e si rialza. «Qui mi sento vista», confessa. «Non solo giudicata». Ha un figlio fuori. «Quando gioco penso a lui. Voglio che un giorno possa dire che sua madre non ha smesso di provarci».
Dalle finestre, dietro le inferriate, altri detenuti osservano. Hanno spostato i panni stesi per avere visuale migliore. Gridano consigli, ridono, commentano. Non è la curva dello Stadio Giuseppe Meazza, ma l’intensità è autentica.
Alle premiazioni prende la parola l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini: «Per conoscere la vita bisogna starci dentro. Ma per capirla davvero bisogna anche guardarla un po’ da fuori. Lo sport permette questo scarto. Ti fa uscire dalla ripetizione quotidiana e ti chiede: che cosa è davvero importante?». E risponde: «Forse è più importante essere insieme che inseguire un’ambizione personale. Più importante rispettare l’avversario che vincere a ogni costo».


Don Franco Finocchio, cappellano degli atleti azzurri alle olimpiadi e paralimpiadi Milano-Cortina 2026 aggiunge: «Lo sport non cancella le ferite, ma insegna a trasformarle in forza. Qui diventa allenamento alla responsabilità e alla speranza». Il direttore Leggieri torna su un concetto chiave: «Se costruiamo relazioni autentiche, intercettiamo prima il disagio, preveniamo il rischio. Altrimenti rincorriamo l’emergenza. Questo è insostenibile».
Un passaggio particolarmente intenso è stato l’intervento dell’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, che ha invitato tutti a cambiare prospettiva: «Io mi chiedo come si fa a conoscere la vita: la vita in carcere, la vita in ufficio, la vita dei detenuti, la vita della Polizia Penitenziaria. Di solito si dice che per conoscere la vita bisogna starci dentro, condividere condizioni e situazioni. Ma questo evento ci dice anche un’altra cosa: per guardare con realismo la vita bisogna saperla guardare un po’ dal di fuori». Poi ha aggiunto: «Lo sport non è un’evasione dalla realtà. È un modo per uscire un attimo dalla ripetizione quotidiana e domandarsi che cosa è davvero importante. Forse più importante di inseguire un’ambizione personale è essere insieme, fare squadra, rispettare l’avversario. Le cose importanti, per essere riconosciute, hanno bisogno di essere guardate da lontano». Parole che hanno attraversato il cortile come un invito a rileggere la pena non come chiusura definitiva, ma come spazio in cui può maturare uno sguardo nuovo su di sé e sugli altri.


La giornata si chiude con le premiazioni. Coppe semplici, applausi sinceri, fotografie scattate con discrezione. Un agente consola un detenuto per un errore dal dischetto. Un magistrato scherza con una squadra femminile. Le gerarchie si ricompongono, ma qualcosa è passato. Quando il cancello si richiude alle spalle, il rumore è lo stesso dell’ingresso. Fuori il cielo è ancora grigio. Dentro, per alcune ore, è esistita un’altra tonalità.


Non è stato un miracolo. Non è stata un’evasione. È stata un’esperienza concreta di comunità possibile. Un laboratorio dove la pena non è solo sottrazione, ma può diventare tempo abitato, tempo che educa.
Il cemento resta. Le sbarre anche. Ma tra le crepe è passato un vento sottile. E chi c’era, detenuto, agente, magistrato, consigliere comunale, sportivo e volontario, sa che quel vento non si dimentica facilmente. Perché ha ricordato a tutti una verità elementare e scomoda: nessuno è riducibile al proprio errore. E la libertà, prima di essere una condizione giuridica, è un esercizio quotidiano.










