Sommerso dagli insulti, ma anche da un’ondata di solidarietà che lo ha commosso. Monsignor Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, dopo la lettera inviata a Mediterranea Saving human, era stato travolto da messaggi di odio contro le sue parole. «Sono sinceramente dispiaciuto», scriveva il presule, «di non poter prendere il largo con voi ad accarezzare le martoriate acque del Mare Nostro ancora scosse e scandalizzate dall’ennesima strage – non è una tragedia! – consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche – di ieri e di oggi –, colpevolmente dimentiche dei diritti inalienabili dell’essere umano, in violazione del diritto internazionale e delle convenzioni sul soccorso». E ancora, aggiungeva: «Il Vostro oggi – a seguito dei naufragi avvenuti nel Canale di Sicilia durante e dopo il ciclone “Harry”, che hanno causato circa mille dispersi – è un segno forte e prezioso, un richiamo chiaro a sconvolgere il silenzio e a svegliare il sonno degli occhi di noi tutti, narcotizzati da scelte politiche che pianificano l’oblio di quanti continuano ad attraversare il mare in cerca di vita, di libertà, di pace, forti del diritto di ogni uomo e di ogni donna alla mobilità. Queste vittime – questi volti e questi corpi cancellati dei poveri – sono l’ennesimo frutto delle scelte disumane dell’Europa e dell’Italia capaci solamente di legiferare contenimento e abbandono e di colpevolizzare come criminali quanti prendono il largo come “pescatori di uomini di donne” in balia delle onde. Questi corpi umani che il mare ha riconsegnato sono una chiara denuncia di chi per mera propaganda populista rivendica il risultato della riduzione degli sbarchi».

monsignor Corrado Lorefice

Monsignore, come ci si sente, da un punto di vista personale, a essere oggetto di insulti?

«Noi uomini ci distinguiamo per la capacità di parola, la parola è relazione quindi credo che sia importante recuperare anche il senso vero di ciò che ci connota come esseri umani: la parola. Ogni forma di parola che sovrasta, che ingiuria, che colpisce, è già un tradimento della relazione umana, a maggior ragione su un tema come quello dei migranti».

Perché a maggior ragione sui migranti?

«Perché questo argomento richiede capacità di dialogo. Non può essere affrontato in termini di emergenza. Abbiamo perso di vista il fatto che dietro la realtà della mobilità umana ci sono volti, ci sono persone. Ogni essere morto nel Mediterraneo mentre cerca di attraversarlo è una vicenda umana, è una relazione, una famiglia, degli amici, una lingua, una cultura, delle attese, dei desideri. Non possiamo deumanizzare questo. Quella della mobilità è un fattore umano che esiste da sempre, a maggior ragione oggi perché la stragrande maggioranza della famiglia umana vive in condizioni di povertà, non può realizzarsi, spesso è vittima di guerre. E anche la povertà spesso è dettata anche da come noi occidentali abbiamo impostato l’economia, dal capitalismo che si fonda sulla legge del profitto, dai cambiamenti climatici che stanno aumentando, dalla desertificazione che avanza».

Ha parlato delle guerre.

«Certo. Si fugge dalla violenza e dalle guerre e buona parte di questi conflitti hanno origine negli interessi che sono nelle mani delle grandi finanziarie del mondo o dei pochi che detengono il potere economico, pensiamo al Congo. È chiaro che il problema non può essere affrontato di pancia, tanto meno può diventare un motivo di propaganda che rischia di distogliere dai veri problemi dell’Italia, dell’Europa e del mondo intero».

Torniamo all’odio sui social, Sembra che oggi ci si debba vergognare di essere buoni. È così?

«Veniamo accusati di buonismo, ma qui non si tratta di essere buonisti. La questione è che ciò che connota l’essere umano è la relazione. E la relazione di cura nasce dal fatto che noi riconosciamo la dignità di ogni persona umana. Quando questo riconoscimento viene meno perdiamo la nostra umanità. La Caritas, le Ong, il volontariato non sono buonisti, ma sono coloro che aiutano a custodire l’umanesimo, a custodire l’alto valore umano della dignità di ogni persona. Ad attraversare il mare sono persone umane non sono i migranti. Quello che accade nei social, le reazioni di violenza, sono il segno di una disumanizzazione, di una sclerotizzazione dei nostri cuori. Non è un termine sentimentale, ma quando parlo di cuore dico che dinnanzi a un essere umano che è in difficoltà devo avere il sentimento della pietas. Quello che mi meraviglia poi è che ad avere un linguaggio così aggressivo sono anche sedicenti religiosi, sedicenti cristiani che si permettono di poter dire, in nome addirittura di una sedicente loro religiosità, che questa è gente che merita di morire. Ma è questa la religione che ci ha trasmesso Gesù Cristo? “Amatevi gli uni gli altri”, “Avevo fame e sete ero profugo e forestiero e mi avete dissetato e accolto” non l’ho detto io, l’ha detto Gesù. Io sono solo un vescovo che ricorda a tutti, e non solo ai cristiani anche se maggiormente a loro, che noi dobbiamo restare umani. Il cuore del cristianesimo, di un Cristo che ha dato la vita anche per chi gliela toglieva, è quello di far sue le sofferenze degli altri, di averne compassione. l problema è che noi ormai abbiamo fatto diventare la religione un’etichetta, ma non attingiamo alla logica di Gesù Cristo. Anzi, addirittura ci possiamo permettere, in nome di una sedicente religione, che i migranti sono degli aggressori e che dunque possiamo lasciarli morire nel Mediterraneo».

Di fronte a tutto questo odio è meglio ritirarsi dai social?

«Intanto sappiamo che oggi i social sono in gran parte pilotati e che dietro tutto questo clamore ci sono anche organizzazioni, i troll piuttosto che altro, che cercano di orientare l’opinione pubblica. Poi c’è anche una desertificazione del cuore che arriva a questi linguaggi così violenti. Però vorrei anche dire che, attraverso i social, mi è arrivata anche una grande solidarietà e una indignazione per il linguaggio violento usato nei miei confronti. Si è generata tanta solidarietà per aver speso parole chiare e decise dando una interpretazione che non è quella propagandistica e di parte. Quindi sì, non bisogna aver paura dei social».

Quindi ridirebbe esattamente le stesse parole?

«Sì e non certo per orgoglio. Faccio mia la sofferenza di ogni essere umano perché sono un essere umano e voglio rimanere tale. In secondo luogo, sono un cristiano e discepolo di Gesù che ha detto. “Amatevi gli uni gli altri. Nessuno ha un amore più grande che dare la vita per gli altri”. Terzo, sono addirittura un cristiano che è stato chiamato dal Signore a essere vescovo, ad annunziare il Vangelo. Quindi non posso che annunziare il Vangelo. Io non annunzio una ideologia. Non sono un vescovo comunista. Io sono un vescovo che annunzia il Vangelo e ripete le parole di Gesù Cristo, che non era un comunista, che diceva di amare tutti in particolare chi soffre».

Cosa vuole dire a chi le ha indirizzato parole di odio?

«Voglio dire che nessuna città, nessuna casa comune - che è il mondo - potrà trovare serenità e pace se noi fomentiamo gesti e parole di violenza. Sulla nostra bocca le parole solidarietà, cura, dignità debbono ritornare a rifulgere. E con queste parole affrontiamo anche problemi di una certa complessità. La violenza non può che generare violenza, ingiustizia, guerre. È sotto gli occhi di tutti che la casa comune, proprio grazie al fatto che noi non stiamo più custodendo le parole più grandi dell’umanità che poi corrispondono anche a quelle del Vangelo, sta rischiando di bruciare. Come ci ricordava Papa Francesco e come ci sta ricordando anche papa Leone il mondo rischia realmente la deflagrazione di una terza guerra mondiale. Vediamo i leader mondiali che stanno spingendo verso un tale efferato evento. E allora abbiamo una sola via per salvarci: quella di far risuonare da tutta la casa comune il fatto che siamo contro la violenza e contro ogni forma di guerra. In positivo siamo per la pace, per la fraternità e per il dialogo, unico strumento per risolvere i problemi. Dobbiamo guardarci in faccia, portare le nostre ragioni, custodire un cuore umano e onesto».

Cosa l’ha commossa di più dei messaggi di solidarietà?

«La cosa più bella è che sono arrivate decine e decine di messaggi dalle persone più semplici alle organizzazioni, dal mondo ecclesiale e da quello laico, dalla Santa Sede e dagli vescovi delle altre diocesi, da religiosi, laici, giovani, anziani. E allora la ricaduta di quelle parole violente è stato un fiorire di bene, il venire alla luce di tante persone che dicono che il loro cuore non si è indurito e che hanno ancora la capacità di utilizzare le parole che possono portarci a una convivenza umana più autentica e di pace».