Cosa fareste se vostro figlio adolescente commettesse un gravissimo reato? Lo difendereste o lo denuncereste? Lo aiutereste a evitare le conseguenze o invece a sopportarle? Una questione morale che due coppie benestanti, due fratelli con le mogli, affrontano nel film del quarantenne regista romano Ivano De Matteo I nostri ragazzi, presentato alla Mostra di Venezia e liberamente tratto romanzo La cena, dell’autore olandese Herman Koch (Neri Pozza e Beat) e ora nelle sale.

Gli adolescenti Michele e Benedetta commettono un odioso reato e si illudono di farla franca. Ma i primi a scoprire il loro coinvolgimento sono proprio i genitori, che sono costretti a fare delle scelte. «È un film che nasce dalla paura», spiega Ivano De Matteo, papà di due figli di 13 e 8 anni, «la paura come genitore di trovarmi ad affrontare questo incubo». Un’opera che, come le sue precedenti (La bella gente e Gli equilibristi) parla di famiglie «dove l’irruzione di un evento rompe l’equilibrio. In I nostri figli tocco due temi, l’incomunicabilità tra adulti e adolescenti e il conflitto dei genitori della borghesia romana nello scegliere come comportarsi di fronte a quella che, secondo me, è una fatalità che può capitare a chiunque. Non c’è una risposta. In certe situazioni bisogna trovarsi. Così a freddo mi sono detto che, se succedesse a me, credo che coprirei mio figlio».

Barbora Bobulova, 40 anni, interpreta Sofia, la seconda moglie di Massimo (Alessandro Gassman), avvocato che ostenta successo e sicurezza, ed è la matrigna di Benedetta (Rosabell Laurenti Sellers): «Sono la moglie che forse certi uomini sognano di avere. Non ho grandi aspirazioni, vivo la mia vita nel benessere, rendendo felice e contento mio marito. Quello che i due ragazzi commettono, più o meno involontariamente, e la lenta consapevolezza dei genitori della loro colpa, dà inizio a un viaggio verso la frantumazione di famiglie che fino a quel punto sembravano felici».  Tutti gli attori del cast si sono chiesti cosa fare in una situazione simile. «Ma nessuno ha saputo rispondere. È difficile, finché non ci si trova. Personalmente, credo che mi darei la colpa, chiedendomi dove ho sbagliato». Mamma di due bambine di 7 e 6 anni, lontana ancora dai problemi dell’adolescenza, crede che quest’età in fondo rifletta ciò che c’è stato durante l’infanzia: «È importante, finché i figli sono piccoli, seminare, dando dei valori. Quello che diamo, poi lo scopriamo quando sono più grandi. O ne paghiamo le conseguenze o raccogliamo i frutti. Noi genitori dobbiamo prenderci la responsabilità del loro comportamento e non limitarci a dire che l’adolescenza è un’età difficile».

Luigi Lo Cascio, 46 anni, interpreta Paolo, il fratello di Massimo, chirurgo pediatrico con una vita sobria e impegnata. Nella realtà ha due figli piccoli (di due anni e due mesi): «La relazione con i miei bambini per ora è fondata sulla presenza più che sulla comunicazione. Ma la vicenda del mio personaggio fa pensare e pone delle domande. Il film ha un vantaggio per lo spettatore: non lo obbliga a dire “Io farei così”. Però, osservando dall’esterno la vicenda, può lucidamente capire chi vorrebbe essere. Ha la possibilità di individuare i valori cui conformarsi». Un film che parla di una gioventù che fa paura: «Non credo che Michele e Benedetta siano lo specchio dei ragazzi di oggi», precisa però l’attore. «Sarebbe terribile. Infatti la cosa atroce non è l’atto scellerato che i due cugini compiono, ma la loro incapacità di capirne la gravità e prenderne coscienza». Ed è lo stesso Jacopo Olmo Antinori, il giovanissimo attore che interpreta Michele, quarto anno di liceo scientifico, al suo terzo film (Io e te di Bernardo Bertolucci e Nessuno mi pettina bene come il vento di Peter Del Monte) a mostrarci il vero volto dei ragazzi di oggi.  Colpisce la saggezza del giovane attore, nonostante i suoi 17 anni: «Quando un figlio compie un delitto, credo che per un genitore la cosa in assoluto più importante non sia preoccuparsi di cosa pensano gli altri, ma piuttosto capire che significato può avere questo gesto nella sua vita. Se ammettere e accettare ciò che è successo gli offre la possibilità di scoprire un valore, allora da questa tragedia si può ripartire. In questo senso, anche denunciare può essere utile. Non per distruggere, ma per avere la possibilità di ricominciare». Spiega che la situazione descritta nel film è verosimile e i personaggi di Michele e Benedetta sono credibili, ma ci tiene a specificare che i ragazzi non si possono classificare per gruppi standard, sono tutti diversi tra loro: «Il mio personaggio fa ingenuamente una stupidaggine che gli sfugge di mano e che poi diventa gravissima e ingestibile». E gli adulti che potrebbero aiutarlo sbagliano atteggiamento: «Sembrano non possedere il vero potere dei genitori, che è proteggere e salvare i figli, cioè farli crescere».