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«Non è un mondo per vecchi. Perché i ragazzi rivoluzionano il sapere»: titolava così uno dei suoi ultimi saggi il filosofo e scrittore francese Serres, nel 2013. Almeno questo è il titolo dell’edizione italiana, perché dal francese si tradurrebbe letteralmente “Pollicina”, come racconta Pier Cesare Rivoltella, ordinario di Didattica e Tecnologie dell'educazione presso l'Università di Bologna, nel suo intervento al convegno nazionale Perdersi e ritrovarsi a 12 anni: i dati, le relazioni, gli Spazi Terzi educativi nei territori e le nuove proposte, organizzato da Fondazione Exodus don Antonio Mazzi Ets e Consorzio Exit a Milano, nella sala Falck della Fondazione Ambrosianeum.
Pollicina sicuramente perché gli adolescenti di oggi usano i pollici per esprimersi, ma anche perché, come nella celebre fiaba di Perrault, si stanno perdendo nel bosco dove noi adulti li abbiamo abbandonati. E faticano a trovare la strada per ritrovarsi, ma hanno tutti gli strumenti per poterlo fare. Mancano solo spazi e tempi. È all’insegna di queste riflessioni che si sono svolti gli interventi del convegno, che hanno raccontato l’impegno di Fondazione Exodus e del Consorzio EX.it nel mondo dei giovanissimi in diverse parti d’Italia. “Non è un mondo per vecchi”, ma lo sarà finché il termine “adolescenza” verrà utilizzato come sinonimo di tutto ciò che non è ancora maturo. Quindi, imprescindibilmente sbagliato, come sostiene il Prof. Rivoltella in merito alla narrazione preponderante intorno al mondo dei ragazzi.
È una tendenza che va invertita, se ci si vuole cercare di capire le ferite profonde di un’età troppo spesso trascurata ma da dove nascono i primi grandi traumi emotivo-psicologici. In un focus sulla prima adolescenza, il pedagogista e docente Mino Spreafico condivide i risultati di un sondaggio che ha coinvolto oltre 220 istituti scolastici di 47 comuni italiani differenti: ciò che principalmente emerge è la diminuzione della soddisfazione per le proprie relazioni affettive e per la situazione scolastica nel periodo post pandemico. Allo stesso modo, sempre nello stesso campione, è evidente che la fiducia nelle prospettive professionali si mantenga stabile, mentre frena l’idea che le proprie relazioni potranno essere soddisfacenti in futuro. In questo quadro, i ragazzi fanno affidamento per il 78% agli amici, seguiti dalla madre, per un 65%. In fondo alla classifica i docenti, che vengono considerati interlocutori inutili e spesso persino imbarazzanti nel loro modo di porsi. «Il primo passo per avvicinarsi agli adolescenti è riconoscersi in loro. Anche Don Antonio [ndr. Mazzi] si racconta come un adolescente difficile» spiega la professoressa Emanuela Mancino, Filosofa dell’educazione presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Milano-Bicocca. «I docenti non hanno spazio e tempo per farlo perché devono essere performativi. Non parlano mai di sé e questo rischia di porre dei confini che sono più limiti che spazi da abitare in condivisione» conclude.
Sia Rivoltella che Mancino condividono il medesimo pensiero educativo: incontrare gli adolescenti in “spazi terzi”, dove poter instaurare un dialogo che permetta lo scambio di vissuti, in un contesto che sia al contempo informale e formale, ovvero che permetta un rapporto con gli adulti in contesti non istituzionali. Gli “spazi terzi” dovrebbero essere luoghi di incontro a carattere ibrido ed inclusivo, dove le esperienze di vita possano intrecciarsi e arricchirsi vicendevolmente, escludendo quelle politiche che prevedono un isolamento dei ragazzi in sottocategorie di marginalità. Questi spazi terzi esistono già in 9 territori italiani, creati attraverso i progetti Fragile e Opportunity, sostenuti da Fondo di Beneficenza Intesa San Paolo. Durante il convegno, sono stati coinvolti alcuni degli educatori dei nove poli educativi: Bruna Dentella, del Polo Gallarate, racconta come abbiano registrato un profondo aumento del disagio psicologico degli adolescenti, sia in ambito scolastico sia esterno. Questo perché «manca loro l’alfabeto delle emozioni». C’è una grave carenza di empatia, dovuta probabilmente all’isolamento post pandemico o all’abuso dei social network. Dentella evidenzia una difficoltà anche nella creazione di uno spazio in cui semplicemente stare insieme; non viene spontaneo né naturale, è qualcosa che oggi va costruito e pensato.
Per questo la maggior parte di questi poli fonda la propria pedagogia sul concetto di “avventura”, sul modello di quelle “caravane” che Don Mazzi aveva allestito nel lontano 1985 con l’idea di fare un viaggio di rinascita collettiva e che oggi si trasformano in viaggi di gruppo, esperienze in tenda, attività ricreative come percorsi di scrittura creativa, arte, musica e aiuto allo studio. «Non c’è un metodo prestabilito per approcciarsi a questi ragazzi» racconta Barbara Invernizzi del Polo Assisi, «si tratta di trovare il pertugio, la linea di spaccatura da dove entrano i loro fantasmi e trasformarla in una linea di cucitura». E lo si può fare solo vivendo direttamente i ragazzi, cercando di sostituire la loro «ansia di essere con l’attesa di esserci», come suggerisce la Prof.ssa Mancino.





