di Ivano Zoppi, Segretario generale “Fondazione Carolina”
 

Il Consiglio costituzionale francese ha bocciato il divieto di accesso ai social per gli under 15, giudicandolo una limitazione «non adeguata, necessaria e proporzionata» della libertà di espressione dei minori. Avevamo accolto quella legge come una buona notizia, pur con una premessa chiara: i confini servono, ma sono solo metà del lavoro. Chiedere a un ragazzo di attendere non è oscurantismo, è cura. Lo stesso principio per cui esistono limiti di età per guidare. Oggi quella metà viene meno, lasciando scoperta anche l'altra.

La contraddizione è tutta adulta: invochiamo i blocchi a ogni fatto di cronaca, poi ci scopriamo incapaci di applicare la minima tutela, anche nei confronti di un dodicenne lasciato solo dentro ambienti progettati per catturarne l'attenzione. Perché l'algoritmo è lì per fare soldi: si chiama economia dell'attenzione, e questa sentenza gli dà forza. Il paradosso è che a chiedere regole sono proprio i ragazzi: nella nostra indagine Fuori di Social solo l'11% si dice contrario alle restrizioni. Abbiamo chiesto loro perché e ci hanno risposto che non tollerano più l'anonimato, pretendono age verification più efficaci e una moderazione reale contro odio e bullismo. Non vogliono fuggire dalle responsabilità, non vogliono essere lasciati soli.

Ma la stessa indagine ci consegna un monito che i giudici francesi, a modo loro, confermano: il 43% dei ragazzi dubita che l'età anagrafica da sola sia un parametro sufficiente. Tuttavia, se il divieto secco può rappresentare una scorciatoia, il "liberi tutti" in nome della “libertà di espressione” lo è altrettanto. Perché lo stesso concetto di libertà si dissolve dentro un algoritmo che decide per te (a maggior ragione per i preadolescenti) cosa vedrai e per quanto tempo. Si scrive libertà, ma si legge “esposizione”. E mentre l'Eliseo rinvia la riscrittura della norma alla primavera 2027, un'altra generazione attraverserà l'adolescenza in una palude digitale dove tutto evolve, tranne i diritti dei minori.

La partita non è divieto contro libertà: è corresponsabilità. Servono limiti di età seri ed applicabili che impegnino davvero le piattaforme. È necessario ripensare ad un design delle app e dei social non predatorio, oltre ad un investimento educativo sistemico su famiglie e scuola. Perché l'educazione digitale serve anche (e soprattutto) agli adulti. In ballo non c'è solo il qui e ora, c'è il concetto stesso di cittadinanza che immaginiamo per il futuro. E finché discuteremo solo di princìpi, finché faremo filosofia, saranno i ragazzi a pagarne il prezzo.