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C'è un'immagine che in questi giorni accompagna chi attraversa il ponte di via Melchiorre Gioia, a Milano: un bimbo sorride con un iPhone tra le mani, e sopra di lui una scritta rassicura tutti: "Tutto ok, è iPhone". No, non è tutto ok. Ed è il punto che una cittadina, prima, e la Garante per l'infanzia, poi, hanno avuto il merito di mettere a fuoco.
Il problema non è lo smartphone in sé, e nemmeno un marchio. Il problema è il messaggio: l'idea che uno schermo tra le mani di un bambino così piccolo corrisponda ad un'immagine tenera, positiva, persino desiderabile. La pubblicità non vende solo prodotti: costruisce immaginari, definisce ciò che una società considera normale. E normalizzare il baby-sitting elettronico significa colpire proprio le famiglie più fragili e meno accompagnate. Quelle che negli schermi cercano un aiuto, una scorciatoia, ma che presenta il conto negli anni successivi in termini di sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale dei bambini.
Di questa iniziativa colpisce il tempismo. Mentre l'Europa discute di età minima di accesso al digitale e sperimenta sistemi di verifica dell'età, mentre pediatri e neuropsichiatri chiedono di proteggere la fascia 0-6 dall'esposizione precoce agli schermi, questa campagna nazionale corre nella direzione opposta. Non si può chiedere responsabilità ai genitori, per poi affiggere sui muri delle città il messaggio contrario.
Per questo la segnalazione ad Agcom, Antitrust e Iap non va letta come una crociata, bensì come un'occasione. Le grandi aziende delle telecomunicazioni e della tecnologia hanno le risorse, la creatività e la forza comunicativa per fare di meglio, contribuendo ad un nuovo patto educativo tra famiglie, scuola e istituzioni. Potrebbero cominciare da qui: linee guida condivise sull'uso dell'immagine dell'infanzia associata ai dispositivi digitali. Perché nelle mani dei bambini non deve esserci uno schermo, ma i volti e le mani degli adulti che si prendono cura di lui.
*Ivano Zoppi, Segretario generale di Fondazione Carolina







