Una coltellata, la lite forse per una ragazza, la banalità del male che travolge tutto. Quando un ragazzo di diciotto anni perde la vita trafitto da un ragazzo più piccolo di lui, il tempo si ferma. Non è soltanto la tragedia di due famiglie travolte da un dolore senza fine: è il fallimento silenzioso di un’intera società. Nessuno di noi può liquidare il fatto come l’ennesimo caso di cronaca nera, di disagio giovanile o di marginalità sociale. Quei ragazzi, vittima e carnefice, potrebbero essere senza problemi i nostri figli. Ci riguardano, ci interpellano, ci inchiodano anche alle nostre responsabilità.

Nella mia vita ho incontrato migliaia di giovani: ho capito che possono davvero prendere il buono del passato per renderlo presente, perché nel loro cuore sono seminati la santità, l’intraprendenza, il coraggio. In potenza nel loro cuore c’è tutto: ci sono ideali, c’è la capacità di dono, c’è la nostalgia di infinito, c’è una forza che può spingerli a cambiare il corso della storia. Ne ho visti e incontrati tanti di giovani così. Ma non basta. Proprio perché li amo e credo in loro, oggi mi chiedo che cosa abbia smesso di funzionare.

#pietrorizzatoph
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Rosanna Tabasso, Sermig (Pietro Rizzato/NP)

Non voglio fare retorica, né dare ricette sociologiche. Ma sono convinta che abbiamo una partita decisiva da giocare anche come adulti. La verità è che i giovani non devono essere disarmati solo delle armi materiali, che siano coltelli o pistole, ma prima di tutto della rabbia, della solitudine e della mancanza di senso che li spingono ad impugnarle.

Un coltello si trova ovunque, si nasconde in una tasca. Ma l’incapacità del cuore di considerare la vita altrui come qualcosa di sacro e inviolabile ha radici altrove. Spesso nel vuoto, in un vero e proprio analfabetismo emotivo, nell’incapacità di gestire un rifiuto, un no, un semplice limite.

Non esiste la bacchetta magica per risolvere e rispondere a questo stato di cose. Invochiamo pene esemplari, più controlli, maggiore sicurezza. È comprensibile, ma è sbagliato fermarsi lì, perché nessuno potrà mai fermare la mano di un adolescente se la sua mente è già abitata dalla violenza e dal nulla, se c’è un malessere che lo abita, se c’è una sofferenza non espressa o non intercettata dagli adulti, se alla radice della sua aggressività c’è il suo sentirsi sopraffatto da tutti e da tutto.

La domanda che faccio a noi adulti è una sola: dove sono i nostri occhi mentre quella rabbia cresce? Dove è la nostra capacità di ascolto quando la solitudine si trasforma in aggressività?

Non possiamo rassegnarci a questo bilancio da guerra quotidiana. Se vogliamo davvero salvare i nostri ragazzi, dobbiamo disarmare le loro anime. Dobbiamo mettere un argine al loro dolore, ascoltare e rassicurare le loro paure, essere per loro casa sicura. Dobbiamo farlo ricostruendo una rete di presenza vera, offrendo grandi ideali, risvegliando la speranza spesso assopita, proponendo il bene come programma di vita, perché una delle chiavi della felicità è fare di tutto per rendere felici gli altri. Dobbiamo tornare a parlare di tenerezza, del valore delle piccole cose, perché la forza di un uomo non si misura da quanta paura sa incutere, ma da quanto sa amare, rispettare e proteggere.

Rosanna Tabasso, giovanissima, con il fondatore del Sermig Ernesto Olivero

Finché non daremo ai giovani ragioni forti per sperare e luoghi in cui sentirsi accolti ed educati al valore sacro della vita, continueremo a piangere vittime innocenti e carnefici giovanissimi. Non lasciamo che il sacrificio di Cosimo sia solo un altro nome nell'archivio delle vittime di violenza.