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Un coltello in tasca, una professoressa aggredita fuori dall’aula. L’ennesimo episodio di violenza racconta un disagio che non trova più voce nel conflitto o nella protesta, ma si esprime attraverso il corpo. Ne parliamo con Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta.
Che cosa raccontano tutti questi episodi del disagio adolescenziale di oggi?
«Un tempo il malessere prendeva la forma del conflitto sociale, della trasgressione verso gli adulti, della protesta. Oggi, invece, quel disagio non trova più parola e si esprime attraverso il corpo: l’attacco al proprio corpo - pensiamo all’aumento dei tentativi di suicidio, al ritiro sociale, ai disturbi alimentari, all’autolesionismo - oppure l’attacco al corpo dell’altro, come in questo caso. Quando il conflitto non trova uno spazio espressivo, in adolescenza diventa gesto».
Ma perché sempre più adolescenti sentono il bisogno di portare con sé un coltello? Che cosa rappresenta quell’oggetto?
«Quando ti senti fragile il coltello ribalta la situazione: da uno che ha paura diventi uno che fa paura. Ti rende visibile. È un meccanismo simile a quello del bullo: una persona molto fragile che, prevaricando un altro fragile, prova a ribaltare la propria condizione. Non è un caso che questi episodi avvengano spesso nelle piazze centrali delle città: lì dove si percepisce maggiormente la distanza tra chi “ce l’ha fatta” e chi si sente ai margini. Poi c’è un secondo aspetto, che riguarda la società che abbiamo costruito: fuori vediamo guerre normalizzate, violenze quotidiane, prevaricazioni verbali e fisiche che diventano quasi ordinarie».
Quanto pesa il clima costruito dagli adulti attorno ai ragazzi?
«Pesa moltissimo. Queste generazioni avrebbero più ragioni di quelle precedenti per trasformare il loro disagio in conflitto sociale o impegno collettivo: pensi al disboscamento del pianeta, alla plastificazione dei mari, alle diseguaglianze crescenti. E, invece, tutto questo si trasforma in disperazione e gesto individuale. Non riguarda solo i figli di immigrati o chi vive in contesti svantaggiati. I coltelli li portano anche ragazzi italiani da generazioni, ragazze comprese. È un clima generale».
Molti adolescenti sembrano vivere una profonda mancanza di speranza. Che cosa manca oggi ai ragazzi?
«A queste generazioni è stata fatta una promessa: “Vi ascolteremo”. Ed è vero, li ascoltiamo molto di più di quanto siano stati ascoltati i nostri genitori. Ma è un ascolto selettivo: li ascoltiamo finché non disturbano. Paura, tristezza e rabbia (che sono fondamentali) non possono essere espresse. Gli adulti non tollerano più queste emozioni. A scuola, ad esempio, oggi si danno note per comportamenti che una volta sarebbero stati gestiti come normali conflitti tra bambini. Quando poi arriva l’adolescenza, si crea un vuoto identitario: ti tolgono il pianeta, ti tolgono il futuro… E la disperazione prende forma nel corpo».
Anche negli anni Settanta e Ottanta esistevano forme di ribellione, delle volte molto dure, ma spesso legate a ideali o a protesta. La violenza di oggi è diversa?
«I comportamenti possono essere simili, ma il significato è completamente diverso. Un tempo molte forme di trasgressione avevano una valenza simbolica, di opposizione agli adulti e all’autorità. Oggi quella valenza non esiste più. Pensiamo al consumo di cannabis: un tempo era un gesto di protesta, oggi è un antidolorifico contro la noia e la tristezza. Non sto giustificando la violenza, ma se un 19enne accoltella un compagno e non vogliamo chiamarlo disagio, allora cos’è? Cattiveria innata? È un modo per non assumerci responsabilità come adulti».
Il ministro Valditara ha parlato di metal detector e controlli più rigidi nelle scuole. È una risposta efficace?
«Qualsiasi provvedimento preso nella scuola italiana negli ultimi anni non è stato pensato per il bene dei ragazzi, ma per rassicurare gli adulti. Sono misure che danno l’illusione di sicurezza agli adulti, ma non affrontano le cause. Non si riesce a far rispettare un divieto di cellulare: davvero pensiamo di far passare migliaia di studenti sotto un metal detector? Addirittura, si parla di multe ai genitori. Come se un ragazzo disperato non prendesse un coltello per paura di un cinque in condotta o di una sanzione economica. È la dimostrazione di quanto le politiche siano pensate solo per gli adulti».
Che cosa dovrebbero fare oggi insieme genitori, scuola, istituzioni e Chiesa per intercettare questo disagio prima che esploda in tragedie come questa?
«Offrire un ascolto autentico. Smetterla di dire “ti ascolto” per poi spiegare ai ragazzi come la pensiamo noi. Bisogna tornare a fare una domanda che non fa più nessuno: “Chi sei tu?”. Quando un adulto fa davvero questa domanda, i ragazzi raccontano tutto di sé. Sono generazioni molto competenti nelle relazioni, perché hanno dovuto imparare a intercettare la fragilità degli adulti. Ma quando chiedi “chi sei?”, devi essere pronto a sentire anche risposte che non ti piacciono. Servono adulti capaci di stare in una relazione vera, di tollerare le emozioni dei giovani. Finché non saremo disposti a farlo, continueremo a spingerli verso l’isolamento, la violenza o la fuga nel virtuale».








