La sua prima missione per l’Onu è stata in Mozambico: «Una di quelle esperienze dove, quando torni, ti senti un reduce, un sopravvissuto». Erano gli anni Novanta, Barbara Carrai aveva appena finito gli studi e si è ritrovata faccia a faccia con le «farfalline»: le mine pensate appositamente per mutilare i bambini. La sua formazione è stata scandita da quelle esplosioni assassine, che stridevano con «l’insopprimibile vitalità dei bambini, i quali continuavano comunque a ridere, giocare, volersi bene». La sua collaborazione con l’Onu e con le associazioni attive nella ricostruzione postbellica è andata avanti per 25 anni: un dentro e fuori dalle guerre del mondo, formando chi, in quei luoghi, doveva operare. Poi è arrivata la sua, di guerra: la malattia di Federico, l’amato marito; una vita insieme che il cancro si è portato via. Eppure in questo costante faccia a faccia con la morte, il dolore e la violenza degli addii, Barbara non solo non ha mai perso la speranza, ma l’ha addirittura coltivata. Il primo frutto, nel 2019, è stato il libro La donna che trasforma la morte in vita (Edizioni Messaggero di Padova). Poi è arrivata la creazione a Firenze, insieme a padre Guidalberto Bormolini, di Tutto è vita, una fondazione che offre assistenza spirituale nella malattia grave. Oggi Carrai è presidente della neonata Associazione nazionale degli assistenti spirituali nella cura, promossa dalla Società italiana cure palliative e dalla Federazione italiana cure palliative. Un’organizzazione che intende promuovere il riconoscimento professionale di chi offre assistenza spirituale all’interno della cura integrata dei malati cronici o terminali, per affiancare alla terapia clinica l’accompagnamento umano. «Non siamo delle guide ma degli accompagnatori accompagnati», chiarisce Carrai. «Mentre io accompagno una persona, lei accompagna me. Si cammina insieme su una strada che entrambi non conosciamo ma che percorriamo insieme».[…]


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