Dal 2026 diventano operative le modifiche alla regolazione del congedo parentale previste dall’ultima legge di bilancio. In particolare per i lavoratori dipendenti viene introdotto un prolungamento dell’età del figlio per i congedi di malattia, da 12 fino a 14 anni, mantenendo però intatti sia la durata complessiva disponibile (10-11 mesi), sia la percentuale di retribuzione percepita dal genitore in congedo (al 30%). Si tratta di un intervento non decisivo, non rivoluzionario, ma di sicuro miglioramento rispetto alle esigenze delle famiglie, che si colloca all’interno di un percorso di medio periodo che tenta di favorire la conciliazione tra compiti di cura familiare ed attività lavorativa. Ad esempio, tra il 2020 e il 2021 è stato allungato a 10 giorni il periodo di congedo obbligatorio di paternità, anche su indicazione dell’Unione Europea, per favorire un maggiore coinvolgimento dei padri nell’evento nascita – e magari anche nella cura diretta del figlio. Sempre nella stessa direzione, ormai da diversi anni il congedo per figli, cumulato tra i due genitori, è di dieci mesi, ma si allunga fino a undici se il padre prende almeno tre mesi. Insomma, piccoli segnali a favore di un maggior coinvolgimento dei padri nella cura dei figli piccoli, per una maggiore simmetria di ruoli tra madri e padri. Purtroppo dobbiamo dire “piccoli”, perché ad esempio in Portogallo i giorni obbligatori di congedo di paternità sono venti (il doppio che in Italia), per non citare la Spagna, caso estremo, che ha introdotto sedici settimane (!) di congedo obbligatorio per i papà.

Un’altra variabile rilevante è il livello di retribuzione che si riceve usufruendo dei congedi, che è evidentemente un argomento cruciale, nella scelta dei giovani genitori persone: la remunerazione all’80% è stata estesa per i primi tre mesi di congedo (se presi entro i sei anni di vita), mentre per gli altri mesi si rimane al 30%: decisamente poco, visti anche gli scarsi margini dei livelli salariali nel nostro Paese. È inoltre evidente che, dovendo scegliere, resterà a casa chi ha lo stipendio inferiore (così il reddito familiare non diminuisce troppo), ma questo rimanda quasi sempre sulle donne questa scelta, visto che tuttora il differenziale salariale di genere nel nostro Paese vede le donne percepire mediamente circa il 30% in meno degli uomini. Se si vuole maggiore simmetria di impegno tra padri e madri, quindi, si dovrà pur intervenire anche su questa spesso ingiusta disuguaglianza di reddito che penalizza le donne/madri.

Del resto anche i congedi di maternità (i cinque mesi obbligatori per la madre, previsti a tutela prevalente della salute del bambino) sono oggi retribuiti all’80%, generando comunque uno svantaggio per i neo-genitori. Qualche azienda, nelle proprie politiche di welfare aziendale, sta offrendo alle proprie lavoratrici madri l’integrazione al 100%, così che in quei cinque mesi lo stipendio percepito non subisca alcuna diminuzione, ma non sembra in vista questa modifica a livello normativo nazionale. Certo, sarebbe un costo non marginale, aumentare queste aliquote: portare dall’80% al 100% il congedo obbligatorio di maternità, e aumentare il numero di mesi di congedo parentale pagati all’80%, anziché al 30%. Eppure queste sarebbero misure semplici, amministrativamente non complicate, che porterebbero un sostanziale sostegno diretto ai giovani che oggi, coraggiosamente, decidono di mettere al mondo un figlio. Del resto, le politiche di contrasto alla denatalità e di sostegno alla genitorialità non possono essere a costo zero: il Paese – il Governo, il Parlamento, le forze sociali - deve decidere se investire sulle nuove generazioni è una priorità oppure no. E le risorse economiche muoversi in tale direzione. Altrimenti, lavorando solo per piccoli aggiustamenti, nessuna reale inversione di tendenza potrà verificarsi.

*Direttore del Cisf, Centro Internazionale Studi Famiglia