In questi giorni Alexandria Ocasio-Cortez, deputata democratica americana, ha raccontato sui social una scelta molto intima: a 36 anni ha deciso di congelare i propri ovociti. Lo ha fatto senza filtri, mostrando le visite, le iniezioni, le rinunce, e spiegando tutto con una frase che è già diventata uno slogan: «Voglio essere in pieno controllo della mia vita».

Da noi, quasi in contemporanea, Matteo Renzi ha rilanciato il tema: Italia Viva propone di rendere gratuito il congelamento degli ovuli sul modello francese. Segno che questi temi stanno entrando nel dibattito politico in modo prepotente: è facile immaginare che nella prossima campagna elettorale arriveranno proposte di legge proprio su questo.

E attenzione: non è una questione che riguarda solo le donne. Il congelamento riguarda anche lo sperma, quindi tocca da vicino anche noi uomini. Con una differenza però non da poco: per le donne si tratta di un procedimento molto più invasivo, faticoso, fisicamente ed emotivamente pesante.

Gigi De Palo, presidente della Fondazione Oltre

Non è la prima volta che questo argomento mi interpella. Nei mesi scorsi avevo già avuto modo di commentarlo sui social, quando il gruppo Diesel ha comunicato di voler offrire alle proprie dipendenti tra i 30 e i 40 anni, come benefit aziendale, l'accesso gratuito alla crioconservazione degli ovociti, interamente finanziata dall'azienda.

Ecco, a me questa notizia non colpisce in positivo. Anzi.

Sembra un gesto di grande umanità, quasi un abbraccio alle donne che lavorano. Ma se ci fermiamo un attimo, senza slogan e senza retorica, la domanda diventa inevitabile: davvero stiamo aiutando le donne a essere libere? O stiamo semplicemente spostando più avanti il problema?

Non sono una donna, è vero. Ma leggere notizie di questo tipo lascia addosso una sensazione stonata. Perché aiutare una donna a congelare gli ovuli non significa metterla nelle condizioni di realizzare, qui e ora, i suoi desideri di lavoro e di famiglia. Significa dirle, in modo elegante: "Adesso no. Poi, forse".

C'è poi un aspetto che troppo spesso viene taciuto. La procreazione medicalmente assistita non è neutra. Non è una formalità. È un percorso faticoso, invasivo, fisicamente ed emotivamente pesante. Non è una scorciatoia indolore. Soprattutto per le donne.

Invece di affrontare il problema alla radice, finiamo per accettarlo. È come se dicessimo: il mondo è inquinato, distribuiamo maschere antigas, invece di ridurre le emissioni, cambiare modello di sviluppo, ripensare i nostri stili di vita.

Succede la stessa cosa anche qui.

C'è un sistema sociale ed economico che rende la maternità e la paternità un lusso per pochi, un rischio di carriera, un problema organizzativo? Invece di cambiare quel sistema, offriamo soluzioni tecniche. Congeliamo ovociti, rimandiamo la vita, mettiamo il futuro in pausa.

È una sorta di condono permanente. Non risolve il problema, lo rende solo più sopportabile.

Ma così il centro non è più la persona umana, con i suoi tempi, i suoi desideri, il suo corpo. Al centro resta l'azienda, il sistema, l'organizzazione del lavoro che non si tocca.

E allora la domanda vera non è se queste iniziative siano generose o meno. La domanda è un'altra: vogliamo davvero mettere le donne nelle condizioni di scegliere se e quando diventare madri?

Perché quella sì che sarebbe libertà.

Oggi invece rischiamo di raccontarci che la libertà sia un surrogato ben confezionato. Una soluzione tecnologica che ci tranquillizza, perché ci evita di mettere mano a ciò che davvero andrebbe cambiato.

Congelare ovociti o sperma rischia così di diventare il modo elegante per accettare che i ritmi del lavoro siano intoccabili, che la conciliazione sia un'utopia, che la maternità debba essere adattata al calendario aziendale.

Sembra libertà.

Ma spesso è solo il suo sostituto.

E tutto questo per limitarci alle questioni sociali e razionali, senza nemmeno entrare nel merito etico. Perché se ci mettessimo a fare anche quei ragionamenti, si aprirebbe un altro mondo, ancora più grande.

E allora la domanda finale resta lì, scomoda ma inevitabile: vogliamo continuare a inseguire soluzioni tecnologiche a problemi profondamente sociali, o vogliamo finalmente costruire un Paese e un Mondo in cui diventare genitori non sia un miracolo logistico, ma una possibilità normale, concreta, umana?