A Teheran, all'inizio di agosto, qualcuno ha issato un cartellone che raffigura la Statua della Libertà abbattuta, spezzata come un idolo caduto. Non è un dettaglio da poco: è la sintesi grafica di uno Stato che ha scelto, ancora una volta, la strada della resistenza a oltranza invece di quella del compromesso. Ed è lì, sotto quel manifesto, che bisogna partire per capire cosa sia successo lunedì, quando la Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha firmato le nomine militari più importanti da quando, il 28 febbraio, un bombardamento israeliano ha ucciso suo padre Ali nel primo giorno di una guerra che l'Iran non ha ancora smesso di combattere.

Il murales della la Guida Suprema Mojtaba Khamenei
Il murales della la Guida Suprema Mojtaba Khamenei

Mojtaba non si mostra in pubblico da quel giorno. Fu ferito nello stesso attacco che uccise il padre, e sulle sue reali condizioni di salute circolano da mesi dubbi mai dissipati. È un dettaglio che pesa, perché rende difficile distinguere dove finisca la volontà di un uomo e dove cominci quella di un apparato: gli analisti concordano che dietro la sua firma ci sia soprattutto la fazione dei Guardiani della Rivoluzione, il corpo militare-ideologico che di fatto governa già l'Iran e che ora, con queste nomine, si è preso anche l'ultima cornice istituzionale rimasta scoperta.

I nomi scelti raccontano una storia precisa. Mohsen Rezai, settantuno anni, diventa capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, l'organo che decide la politica estera e militare del paese: la stessa carica che fu di Ali Larijani, ucciso a marzo, e lo stesso Consiglio che a giugno aveva autorizzato l'accordo preliminare con Washington poi vanificato dalla ripresa degli attacchi nello stretto di Hormuz.

Rezai comandò i Guardiani per sedici anni a partire dal 1981, negli anni della guerra con l'Iraq, la fucina di un'intera generazione di irriducibili. Accanto a lui, Hossein Taeb assume la guida dei bassij, le milizie paramilitari che reprimono nelle strade le proteste e i comportamenti giudicati immorali, soprattutto quelli delle donne. E Ahmad Vahidi, fondatore dell'unità al-Quds per le operazioni all'estero, viene confermato al comando dei Guardiani, formalizzando un potere che di fatto già esercitava.

Sono uomini che si conoscono da mezzo secolo. Per anni si sono ritrovati ogni settimana nel cosiddetto "circolo Habib", dal nome del battaglione dei Guardiani in cui militarono da giovani: un consesso che ha fama di indottrinamento religioso e di intransigenza assoluta. E sono uomini che la storia recente dell'Iran conosce fin troppo bene, non per meriti. Taeb sovrintese, insieme a Mojtaba, alla repressione sanguinosa dell'Onda Verde nel 2009, quando milioni di iraniani scesero in strada contestando la rielezione di Ahmadinejad e chiedendo, semplicemente, di contare qualcosa nelle proprie vite. Vahidi era ministro dell'Interno nel 2022, quando la morte di Mahsa Amini, uccisa dalla polizia morale per un velo indossato male, accese la rivolta più larga e più giovane che il regime avesse mai affrontato, quella del "Donna, Vita, Libertà". Rezai e Vahidi, infine, sono ritenuti dalla giustizia argentina responsabili dell'attentato del 1994 contro un centro ebraico di Buenos Aires, ottantacinque morti: un'ombra che non li ha mai lasciati e che oggi, paradossalmente, li rende ancora più credibili agli occhi della fazione più dura.

È la stessa mano, si potrebbe dire, che per quindici anni ha risposto alle domande di libertà della società civile iraniana con i manganelli, i proiettili e le esecuzioni, a spegnere oggi anche l'ultimo spiraglio diplomatico. Perché quello che queste nomine certificano, più di ogni altra cosa, è la sconfitta politica dell'ala che aveva provato a trattare: il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il presidente Masoud Pezeshkian, l'uomo eletto nel 2024 con la promessa di un timido disgelo. Secondo un religioso ultraconservatore vicino a Khamenei, Pezeshkian avrebbe minacciato più volte le dimissioni pur di farsi ascoltare, senza risultato. Un presidente che minaccia di andarsene senza riuscire a farlo è la fotografia più chiara di quanto sia rimasto, nella Repubblica islamica, il margine per chi crede ancora nel negoziato.

Così la guerra, cominciata a febbraio con l'uccisione della Guida Suprema e proseguita attraverso mesi di attacchi e contro-attacchi nello stretto di Hormuz, entra in una fase più rigida proprio quando, sull'altro fronte, si moltiplicano i segnali di un logoramento speculare. A duemila chilometri di mare dalla Statua della Libertà rovesciata di Teheran, c'è un'altra nave che da mesi non trova pace: la portaerei americana Uss Abraham Lincoln, in missione da nove mesi, cinque dei quali di operazioni di combattimento contro l'Iran. Ha lasciato la base di San Diego a novembre e da allora l'equipaggio, più di cinquemila tra marinai e Marines, ha toccato terra solo per pochi giorni, l'ultima volta il 7 luglio in Oman, al termine di duecentootto giorni consecutivi di navigazione: un record per una portaerei della marina statunitense.

Lo stretto di Hormuz

Sono le famiglie, non i comandi, a raccontare cosa significhi in concreto quel record. Alla televisione Ms Now hanno descritto turni di lavoro sfiancanti, pochissimi giorni di riposo, docce ammuffite e senza acqua calda, settimane senza lavanderia, bagni fuori uso. Raccontano pasti ridotti a mezza ciotola di riso e due tortillas, codici di un'ora per il minimo negli spacci di bordo dove sapone, dentifricio e deodorante sono, semplicemente, finiti.

La portaerei USA Lincoln

Un padre, veterano lui stesso della Marina, ha detto che una portaerei è già di per sé uno dei luoghi di lavoro più pericolosi del mondo, tra aerei che decollano a piena potenza, eliche in movimento ed esplosivi da caricare e scaricare ogni giorno: aggiungerci la stanchezza cronica, ha aggiunto, significa solo aumentare il rischio di un incidente mortale. Alcuni marinai, secondo fonti militari americane, avrebbero persino tentato di gettarsi in mare. Il Pentagono, per bocca del segretario alla Difesa Pete Hegseth, aveva liquidato mesi fa queste notizie come "fake news". Le famiglie, oggi, dicono che non lo erano.

C'è qualcosa che accomuna, sotto la superficie, il rigore ideologico di Teheran e la logorata resistenza fisica dei marinai nel Golfo: sono due facce della stessa incapacità di immaginare una via d'uscita. Da una parte un regime che ha scelto uomini formati dalla guerra con l'Iraq e temprati dalla repressione delle proteste, convinti che l'unica sicurezza stia nel non cedere mai.

Il presidente statunitense autodefinitosi "pacifista", Donald Trump

Dall'altra un apparato militare che tiene in mare, per record di permanenza mai raggiunti prima, migliaia di ragazzi lontani da casa, senza sapere lui stesso indicare quando torneranno. In mezzo, due popoli: quello iraniano, che nel 2009 e nel 2022 ha chiesto piazze piene diritti elementari pagandoli con il carcere e con il sangue, e quello americano, le cui famiglie, comprese molte che avevano votato per Donald Trump proprio perché prometteva di non entrare in nuove guerre, oggi si chiedono ad alta voce che senso abbia tenere i propri figli bloccati in un mare che sembra non avere più uscita.

epa13046115 An Iranian man walks past a poster of Iranian supreme leader Ayatollah Mojtaba Khamenei in a street in Tehran, Iran, 18 June 2026. Iran and the US signed a peace agreement to end the war between the two countries. EPA/ABEDIN TAHERKENAREH RESTRICTIONS: NO Access Israel Media/Persian Language TV Stations Outside Iran/Strictly No Access BBC Persian/VOA Persian/Manoto TV/Iran International TV. (As mandated by Iran's Directorate General for Foreign Media) --
epa13046115 An Iranian man walks past a poster of Iranian supreme leader Ayatollah Mojtaba Khamenei in a street in Tehran, Iran, 18 June 2026. Iran and the US signed a peace agreement to end the war between the two countries. EPA/ABEDIN TAHERKENAREH RESTRICTIONS: NO Access Israel Media/Persian Language TV Stations Outside Iran/Strictly No Access BBC Persian/VOA Persian/Manoto TV/Iran International TV. (As mandated by Iran's Directorate General for Foreign Media) --
epa13046115 An Iranian man walks past a poster of Iranian supreme leader Ayatollah Mojtaba Khamenei in a street in Tehran, Iran, 18 June 2026. Iran and the US signed a peace agreement to end the war between the two countries. EPA/ABEDIN TAHERKENAREH RESTRICTIONS: NO Access Israel Media/Persian Language TV Stations Outside Iran/Strictly No Access BBC Persian/VOA Persian/Manoto TV/Iran International TV. (As mandated by Iran's Directorate General for Foreign Media) -- (EPA)

Non è un caso che la crisi umana sulla Lincoln e la stretta autoritaria di Teheran arrivino nello stesso agosto. Sono la prova, letta da due sponde opposte del Golfo, che questa guerra ha smesso di essere un episodio e si è fatta condizione permanente: qualcosa che logora chi la combatte materialmente e irrigidisce chi la governa politicamente, mentre la possibilità di un accordo, quella che a giugno era sembrata a portata di mano, si allontana un poco di più a ogni nomina, a ogni turno di guardia, a ogni giorno che si somma ai duecentootto già trascorsi senza toccare terra.