Oggi il mio giornale mi ha chiesto di parlare della tragedia di Anguillara, dando voce al bambino che, dentro a questo immenso strazio, ha ancora tutta la vita davanti. Queste sono le parole che penso ci direbbe. Ve le consegno. Io ne sento la responsabilità. Spero anche voi.

Oggi tutti voi state parlando della mia famiglia. Da giorni siamo la prima notizia di tanti telegiornali e di tanti programmi televisivi. Ci sono uomini e donne che parlano di noi, della nostra storia in milioni di commenti che a volte sono carezze e a volte sono pietre. Non avrebbe dovuto succedere, ma è successo. La vita accade ed è chiaro che tutto ciò che ci doveva essere per non farla accadere così, è mancato. Se si potesse cambiare tutto della nostra storia delle ultime settimane, se un regista potesse riavvolgere il nastro e decidere che basta cambiare il copione che così cambiamo tutta la storia, io vorrei che quel regista agisse subito. Immediatamente. Ma quel regista non c’è. E vi scrivo per dirvi che c’è un altro film che nessuno sta vedendo. E in quel film ci sono io. Io sono il figlio del femminicida. Io sono l’orfano della mia mamma, uccisa dal femminicida. Voi lo chiamate così. Io lo chiamavo papà. Io sono il nipote dei miei nonni che hanno deciso di togliersi la vita, insieme, tenendosi per mano in quell’unico tragico gesto finale, che se avessi potuto essere io il regista di quella scena gli avrei detto: “Nonni, no, vi prego, ci sono io e ci sarò per tutto il resto della vostra vita. Io valgo la pena”.

“Io valgo la pena”: purtroppo queste quattro parole i miei nonni non le hanno potute ascoltare. Perché c’erano tantissime altre parole che venivano dette. Quelle di chi parlava di loro, della complicità del nonno, del paradosso del ruolo politico della mia nonna, che qui, proprio qui nella mia città, era Assessore alla Sicurezza.

Ci sono dolori che nessuno immagina quanto spessi siano. Dolori che non si sbriciolano nemmeno se ci passi sopra con un trattore. Dolori che bisogna essere giganti della montagna, per poterseli tenere sulle spalle. Ma se, quando attraversi quei dolori lì, cominciano a dirti che tu sei complice, che tu ti dovresti vergognare, che tu….., che tu….., che tu….. ecco se dentro al dolore più grande del mondo, quello che ti atterra con un senso di impotenza totale e di sopraffazione ingestibile, ci si mette anche la vergogna e la gogna di gente che di quel dolore non sa nulla, perché lo pensa ma non lo prova, perché ne parla, ma non ce l’ha dentro il corpo e dentro il cuore, allora sopravvivere diventa praticamente impossibile.

Pasquale Carlomagno e Maria Messenio, i genitori di Claudio Carlomagno, trovati impiccati insieme il 24 gennaio
Pasquale Carlomagno e Maria Messenio, i genitori di Claudio Carlomagno, trovati impiccati insieme il 24 gennaio

Pasquale Carlomagno e Maria Messenio, i genitori di Claudio Carlomagno, trovati  impiccati insieme il 24 gennaio

(ANSA)

È questo il motivo per cui la mia famiglia oggi è diventata un cimitero. Sono morti quasi tutti. Però io resto qui. Sono vivo. Per la psicologia mi chiamo “orfano speciale”, un termine che serve a indicare che un figlio di femminicidio perde non uno ma due genitori, in un solo secondo. Diventa orfano anche se il suo papà è vivo. Ma oggi io sono ancora più speciale degli orfani speciali. Io ho perso molto di più di quello che perdono gli organi speciali. Non l’ho scelta questa mia condizione. È accaduta. Nessun regista può cambiare il copione di ciò che è stato. Ma ciascuno di voi può scrivere un nuovo copione, da questo momento in avanti. Ogni volta che dovete parlare della mia famiglia, di quella che c’è ancora e di quella che non c’è più, pensate a me. Io ci sono. Io vi vedo. Io vi ascolto. E il copione della mia vita è ancora tutto da scrivere. Per favore, scriviamolo insieme. Ma scriviamolo giusto.