A Roma un tredicenne entra in classe con due coltelli, uno spray urticante e una telecamera sul casco. Ferisce la sua insegnante di lettere, a pochi mesi dalla pensione. Il telefono è collegato a Telegram: la scena doveva essere trasmessa. A fermarlo è un compagno. Sei mesi prima, a Trescore Balneario, la stessa sequenza. A maggio, a San Vito Lo Capo, un undicenne.

Aggressioni spesso annunciate, come nel caso di Roma, dove il ragazzo doveva recuperare due materie. Un debito scolastico che durante l’estate aveva scavato un acuto rancore. Ma la rabbia, da sola, non spiega nulla. Un gesto così non nasce in un'ora di lezione, parte da un lungo periodo di solitudine, scavando una distanza dagli adulti che nessuno ha misurato. Il ragazzo, dicono i compagni, aveva anticipato le sue intenzioni. Non è stato preso sul serio. Quando la violenza viene prima raccontata e poi agita, l'annuncio nasconde quasi sempre una richiesta di aiuto. Le armi sono un problema, va detto senza giri di parole: due lame in uno zaino non entrano a scuola per caso. Ma l'elemento che più dovrebbe inquietare è la telecamera. L'aggressione è pensata come spettacolo, dentro una ricerca di consenso che ha un pubblico preciso, quello delle chat. Lì la violenza non è un errore ma un contenuto: viene guardata, commentata, a volte applaudita. È uno scollamento dalla realtà che cresce in ambienti dove il dolore dell'altro non ha peso, perché l'altro non c'è. È l'alienazione di chi vive in una comunità che esiste solo sullo schermo.

Telegram è il non-luogo di questo pubblico. I gruppi arrivano a 200.000 membri, chiunque può avviare una diretta, ci si iscrive con un nickname. La piattaforma vieta l'iscrizione ai minori di 18 anni, ma dichiara di non voler conoscere l'età dei propri utenti. Il ragazzo ne ha 13. Il divieto esiste già: manca chi lo fa rispettare. Il mondo adulto arriva sempre in differita. Scopriamo Telegram dalla cronaca, apprendiamo un linguaggio quando è già diventato un gesto, chiediamo metal detector quando il problema è a monte. Non è un deserto di valori, quello che attraversano le nuove generazioni è un deserto di presenza: i valori sono sempre al loro posto, sono gli adulti ad essersi allontanati. Ci lamentiamo che non ci parlano, ma noi li stiamo davvero ascoltando?

Questa è la vera emergenza educativa. Anche noi non abbiamo fatto i compiti: sapere dove passano il tempo i figli, con chi si relazionano, davanti a quale pubblico. Bisogna accorciare il ritardo, perché i ragazzi sanno quasi sempre prima di noi. Serve qualcuno che sia lì, proprio quando serve, non quando è già troppo tardi. Ma per farlo serve fare silenzio, senza giudizio, senza la presunzione di avere già le risposte pronte o la verità in tasca. Forse questa è la sfida più difficile.

Il problema non è il web, ma la mancanza di presidio e di alternative alle derive digitali.