Reinhold Messner è tornato sul “quella” roccia. Non una vetta, non un campo base, non uno di quei luoghi che l'alpinismo consacra con lapidi e targhe di ottone. Solo una sporgenza di pietra, in Pakistan, dove cinquantasei anni fa un ragazzo di ventisei anni e suo fratello minore si fermarono a guardare una montagna che li avrebbe cambiati per sempre.

Ci è tornato oggi, nel giorno del suo ottantaduesimo compleanno, con il passo di chi sa che il tempo si è preso quasi tutto, l'agilità, i compagni di cordata, dieci dita dei piedi, ma non quella immagine. "Non con l'agilità di un camoscio come un tempo, ma ce l'ho fatta comunque", ha scritto sui social, affidando a un video e a una manciata di parole il peso di un ritorno che è insieme fisico e interiore.

Chi ha settant'anni di montagna alle spalle e ha scalato, primo al mondo, tutti i quattordici Ottomila della Terra senza ossigeno, potrebbe scegliere di raccontare i trionfi. Messner, invece, in quel luogo esatto, sceglie di raccontare un fratello. "Oggi sono tornato sulla roccia da cui Günther ed io vedemmo per la prima volta il Nanga Parbat in lontananza", ha scritto. "È il luogo immortalato in quel vecchio filmato e in quella fotografia ormai celebri: ero salito sulla roccia, Günther mi aveva raggiunto, ci eravamo abbracciati e lui aveva guardato verso l'obiettivo con quel suo sorriso sbarazzino". Poi la chiosa, che è quasi una confessione: "Ogni volta che passo di qui, devo fermarmi. Qui è iniziato tutto. Per me, il Nanga Parbat è diventato molto più di una semplice montagna".

La parete del Nanga Parbat
La parete del Nanga Parbat

Per capire cosa significhi davvero questa frase, bisogna tornare indietro. Bisogna tornare al 1970, a una parete alta quasi 4.500 metri, la più imponente della Terra, e a una storia che l'alpinismo non ha mai smesso di raccontarsi, perché contiene tutto quello che di più grande e di più oscuro l'uomo porta con sé quando sale in alto: l'ambizione, l'amore fraterno, il sospetto, la calunnia, e infine, dopo decenni, la verità.

La montagna dei due fratelli

Il Nanga Parbat, 8.126 metri, si erge isolato all'estremità occidentale dell'Himalaya, in una terra di confine che non appartiene del tutto né a quella catena né al Karakorum. La chiamano la montagna nuda, e i pakistani la conoscono come la montagna assassina: prima che qualcuno ne toccasse la vetta, negli anni Trenta, si era già presa la vita di oltre trenta persone, tra cui l'intera spedizione tedesca guidata da Willy Merkl nel 1934, uno dei disastri più cupi della storia dell'alpinismo. Fu Hermann Buhl, nel 1953, a salirne per primo la cima, in un'ascensione solitaria e disperata che sarebbe diventata leggenda. Ma restava intatta, inviolata, la faccia sud: la parete Rupal, un muro di roccia e ghiaccio che nessuno era mai riuscito a risalire.

Nell'estate del 1970 una spedizione tedesca, organizzata e diretta da Karl Maria Herrligkoffer, lo stesso che aveva già condotto Buhl alla vittoria, tentò l'impresa. Tra gli alpinisti selezionati per l'assalto finale c'erano due fratelli altoatesini di Funes: Reinhold, ventiseienne, già noto sulle Alpi per il suo stile "purista", fedele all'arrampicata libera e insofferente verso ogni scorciatoia tecnica; e Günther, di due anni più giovane, meno esperto ma capace, quando serviva, di una determinazione pari a quella del fratello maggiore.

Il 27 giugno, con il maltempo in agguato, Reinhold decise di tentare da solo l'ultimo tratto verso la vetta, ritenendosi l'alpinista più forte del gruppo. Günther, che avrebbe dovuto restare più in basso ad attrezzare un canalone di corde fisse insieme a Gerhard Baur, cambiò idea: si mise sulle tracce del fratello e lo raggiunse dopo alcune ore di salita solitaria. Baur, che non si sentiva bene, tornò indietro. I due fratelli, ormai soli, senza ossigeno supplementare, senza tenda, senza cibo a sufficienza, raggiunsero la cima nel tardo pomeriggio del 28 giugno: troppo tardi per rientrare al campo. Bivaccarono all'addiaccio, in una notte che già di per sé sarebbe bastata a segnare chiunque.

La mattina dopo videro una seconda cordata della spedizione salire verso di loro, ma i tentativi di comunicare fallirono. Convinti che non ci fosse modo di farsi soccorrere su quel versante, i due fratelli presero una decisione che li avrebbe consegnati alla storia dell'alpinismo, nel bene e nel male: scendere dal lato opposto della montagna, il ghiacciaio Diamir. Era una via meno ripida, ma esposta in modo spaventoso alle valanghe. Se fosse riuscita, sarebbe stata la prima traversata integrale di un Ottomila da un versante all'altro.

Bivaccarono una seconda notte. Il giorno seguente, il 29 giugno 1970, mentre riprendevano la discesa verso valle, Reinhold perse di vista il fratello. Lo cercò per ore, chiamandolo, tornando sui propri passi, senza trovare nulla se non i segni di una valanga di ghiaccio. Günther aveva ventiquattro anni.

Quello che accadde a Reinhold nei giorni successivi ha del prodigioso e del tragico insieme: proseguì da solo la discesa, fu soccorso da alcuni abitanti del luogo, e riemerse dalla montagna delirante, dopo tre notti passate all'addiaccio, con gran parte delle dita dei piedi congelate. Gli furono amputate. Quella spedizione, che lo avrebbe consacrato come uno dei più grandi alpinisti del secolo, gli chiuse per sempre la porta dell'arrampicata pura su roccia. Ma le ferite più profonde, quelle che avrebbero accompagnato Messner per i successivi trentacinque anni, non erano nelle dita dei piedi.

L'accusa più crudele

Herrligkoffer, il capospedizione, fu criticato aspramente per non aver organizzato ricerche adeguate sul versante Diamir, dove i due fratelli erano scomparsi in una zona imprevista rispetto al piano originale. Si difese scaricando la colpa su Reinhold: lo accusò di aver abbandonato Günther durante la salita, spinto dall'ambizione di raggiungere da solo la vetta e la gloria che ne sarebbe seguita. Era un'accusa infame, capace di trasformare un lutto in un sospetto di fratricidio morale, e trovò terreno fertile sui giornali dell'epoca, sempre pronti a raccontare con enfasi le imprese, e le cadute, degli eroi della montagna.

Negli anni Duemila la polemica si riaccese con nuova violenza. Gli alpinisti Hans Saler e Max von Kienlin, entrambi presenti alla spedizione del 1970, pubblicarono libri in cui sostenevano che Messner avesse in realtà pianificato da tempo la traversata solitaria, abbandonando il fratello ancora prima di raggiungere la vetta, o comunque appena iniziata la discesa, per assicurarsi da solo un'impresa storica. Tirarono fuori vecchi diari di von Kienlin, che secondo Messner erano stati manomessi, in cui si attribuiva ai due fratelli un progetto di traversata concepito già prima della tragedia. A complicare ulteriormente una vicenda già dolorosa, si intrecciarono le storie personali: dopo la spedizione Messner si legò a Uschi Demeter, all'epoca moglie di von Kienlin, e la sposò alcuni anni più tardi. Rancori, gelosie, ferite d'orgoglio nell'ambiente alpinistico tedesco alimentarono un livore che andava ben oltre i fatti della montagna.

Messner ha sempre respinto ogni ricostruzione che non fosse la propria: ha ricordato di non avere avuto con sé nemmeno una mappa in quelle ore, e di aver urlato per ore verso la seconda cordata che saliva, nel disperato tentativo di farsi notare prima di scendere dal versante opposto. Alla fine portò Saler e von Kienlin in tribunale per diffamazione, e vinse: i libri furono ritirati o corretti. Ma una sentenza, per quanto giusta, non restituisce mai davvero la pace a chi è stato accusato della cosa più orribile che si possa dire a un uomo che ha perso un fratello.

La montagna che restituisce la verità

Fu la montagna stessa, alla fine, a pronunciare l'ultima parola. Nell'agosto del 2005, il ritiro del ghiacciaio Diamir riportò alla luce i resti di un corpo, a oltre quattromila metri di quota, proprio nella zona in cui Reinhold aveva sempre sostenuto di aver perso di vista il fratello: non vicino alla cima, come le accuse più feroci avevano ipotizzato, ma quasi al termine della discesa. L'analisi del DNA confermò che si trattava di Günther. Il corpo era senza un piede, segno, secondo Messner e secondo la maggior parte degli esperti che da allora hanno riesaminato il caso, che la valanga lo aveva travolto proprio come lui aveva sempre raccontato.

Non bastò a tutti: Baur continuò a sostenere che il corpo potesse essere stato trascinato per chilometri dal movimento del ghiacciaio nei decenni. Ma da quel momento la versione di Messner fu accreditata dalla stragrande maggioranza del mondo alpinistico. Nel 2022 un altro tassello si aggiunse al mosaico: uno scarpone appartenuto a Günther, realizzato appositamente per quella spedizione, dunque inconfondibile, fu ritrovato più in basso sul ghiacciaio, in un punto che confermava ulteriormente come il fratello minore fosse morto quasi alla fine della traversata. "Mi hanno dato del fratricida", disse allora Messner, "mi hanno accusato della cosa più orribile: aver abbandonato mio fratello per arrivare da solo in cima. Ma ora non conta più niente. Io ho perso un fratello: Günther aveva solo ventiquattro anni ed è rimasto vivo e giovane nella mia testa e nel mio cuore".

Non è un caso isolato, nella storia dell'alpinismo del Novecento, che un sopravvissuto venga trasformato in imputato: accadde anche a Walter Bonatti, accusato ingiustamente dopo la spedizione italiana al K2 del 1954, e ci vollero decenni prima che la verità gli fosse riconosciuta. C'è qualcosa, in quelle altitudini estreme dove le testimonianze si confondono e i superstiti restano soli con i propri ricordi, che sembra attirare il sospetto più della compassione. Forse perché è più facile, per chi resta a valle, immaginare un colpevole piuttosto che accettare che la montagna, semplicemente, prenda chi vuole, senza un perché e senza un responsabile.

Un cerchio che si chiude, senza chiudersi mai

Oggi Reinhold Messner ha ottantadue anni. Ha fondato musei, scritto decine di libri, attraversato deserti e i due poli, discusso e litigato con mezzo mondo dell'alpinismo, ha conosciuto altre spedizioni, altri lutti, altre polemiche. Eppure torna, ogni volta che può, in quel punto preciso del Pakistan dove tutto è iniziato: non la cima, non la tragedia, ma l'istante prima, quello in cui due fratelli, ancora ignari di ciò che li aspettava, si abbracciarono guardando in lontananza una montagna che avrebbe portato via uno dei due e segnato per sempre l'altro.

C'è qualcosa di profondamente umano, e forse di religioso nel senso più antico della parola, in questo gesto ripetuto a distanza di decenni: non la ricerca di una consolazione, che difficilmente esiste per chi ha vissuto ciò che Messner ha vissuto, ma la fedeltà a un legame che la morte non è riuscita a spezzare. Le vette, in fondo, si dimenticano. Le rocce dove ci si è abbracciati, quelle no. Messner lo ha capito meglio di chiunque altro: la montagna più alta non è quella che si scala, ma quella a cui si torna, ogni volta che il cuore lo richiede, per ritrovare, tra il ghiaccio e la memoria, un fratello che ha ventiquattro anni per sempre.