Una cabina isolata nel nulla, in pieno bosco o su una collinetta. Nessun filo, nessuna linea telefonica. Dentro, un tavolinetto con un quaderno e una penna. Eppure, nella sua inutilità, permette di “parlare a chi non c’è più”, come recita il sottotitolo di Le cabine del vento (ed. San Paolo), saggio di Riccardo Maccioni che affronta l’esperienza nata in Giappone dei “telefoni del vento”, cabine fuori uso che ci mettono simbolicamente in contatto con chi ci ha lasciato.

Riccardo, quando ne ha sentito parlare per la prima volta? Perché questo fenomeno l’ha colpita al punto da scriverne un libro?

«Ho conosciuto l’esperienza delle cabine del vento preparando un viaggio in Giappone per motivi di lavoro. Tra le varie cose avevo visto che era nata nel 2010 per iniziativa di un designer di ambienti aperti, Itaru Sasaki, che aveva perso il cugino. Nel 2011, dopo lo tsunami che sconvolse il Giappone, c’erano state migliaia di persone che frequentavano questo telefono del vento, compiendo come dei pellegrinaggi laici».

Riccardo Maccioni (da redazione)

In Italia la prima cabina è stata creata da un fotografo, Marco Vanni, che l’ha messa a disposizione di chi piangeva la morte di un proprio caro. Tu lo hai contattato e intervistato, cosa lo ha spinto?

«Quando ho verificato se anche in Italia ci fossero delle esperienze del genere, ho trovato la prima cabina del vento a Capannoli, in Toscana. Di Marco Vanni, il responsabile, mi colpì che l’avesse fatto non per superare un lutto personale, ma per aiutare le persone, un gesto di altruismo verso chi aveva sofferto. Poi questa esperienza è cresciuta anche in lui e ha recuperato una dimensione di fede più profonda, più adulta, che aveva smarrito nel corso del tempo».

Cosa ti colpisce nella scelta di queste persone che entrano nella cabina del vento?

«La domanda di fondo è che cosa vanno a cercare queste persone, perché sanno benissimo che quando compongono il numero di telefono dall'altra parte non risponde nessuno, non vanno lì illudendosi di avere una risposta. Mi affascina sempre la dimensione delle domande a cui si fa fatica a trovare risposta e sono voluto andare a scoprire personalmente questo tipo di vissuto».

Hai raccolto le voci di chi ha scelto di consegnare alla cabina del vento le sue emozioni: Luigi, Marina, Barbara… Queste persone cosa cercano?

«Credo ci sia il desiderio di tirar fuori la sofferenza, il dolore che in altri modi non si riesce a esprimere. Mi ha colpito molto l'esperienza di Guendalina, una signora che ha perso un figlio: è andata con il marito alla cabina del vento senza entrarci, hanno urlato a squarciagola il nome del figlio e poi si sono abbracciati. Hanno tirato fuori tutte le parole che non riuscivano a dire, il dolore che non riuscivano ad esprimere e l’hanno riassunto in questo grido liberatorio. Credo, allora, che le persone vadano lì non tanto per trovare delle risposte, ma per formulare le domande che magari non riescono a porre. Si va alla cabina del vento non nell'immediato di una sofferenza, ma quando l’emotività ha lasciato il posto a una prima forma di elaborazione del lutto. È un luogo che facilita la meditazione, perché quando muore una persona cara magari c’è stata una frase sbagliata che hai detto, un incontro che hai saltato e poteva essere l'ultimo, un'incomprensione. Questo luogo ti aiuta a perdonarti, è un modo per fare pace con te stesso e con la memoria della persona che non c’è più».

C’è un quadernetto dove queste persone possono lasciare anche qualcosa di scritto. Che tipo di testimonianze hai trovato?

«Si rivolgono direttamente a coloro i quali non ci sono più, ma anche alle persone che salgono come loro al telefono del vento, si crea quasi una dimensione comunitaria di questo tentativo di approcciare in un modo più maturo il lutto, il dolore che non riescono ad affrontare in altro modo. Io ne ho letti una quindicina, raccolti da Marco Vanni, quasi tutti si firmano, mettono un nome alla fine della loro testimonianza quasi a voler dire: “Guarda che ci sono stato davvero”. Il dato comune è questa cristallizzazione del ricordo: scrivere queste cose ti aiuta a sigillare nel cuore la memoria di una persona che ti è stata particolarmente vicina, che tu hai amato particolarmente e che adesso non vedi più».

Nel libro riporti anche i pareri di teologi, uomini di scienza, esperti di Bibbia, psicologi. Alcuni più aperti ad accettare questa pratica, altri contrari: secondo te quali elementi spingono a favore o contro?

«In tutti gli esperti ho trovato il desiderio di capire questo tipo di esperienza. La chiusura è forse da parte di chi vede in questi pellegrinaggi, in questi tentativi di elaborazione del lutto, una specie di alternativa alla religione, alla dimensione della fede, ma in realtà non è così: il telefono del vento non è un patrimonio di chi non crede o di chi rifiuta la religione tradizionale, anzi, in alcuni casi posso dire che aiuta a recuperare proprio la dimensione spirituale anche in senso più tradizionale. Tra le testimonianze che vengono lasciate sul quadernetto ci sono anche delle preghiere, oppure delle citazioni del Vangelo. Chi boccia questa esperienza ritiene che sia una forma di elaborazione del lutto surrogata e sostiene che la Chiesa cattolica dia già delle risposte ben precise, motivo per cui non si vede perché bisogna ricorrere a questo tipo di esperienza. Il discorso, però, è che ad alcune persone probabilmente determinate risposte non bastano e quindi si vuole ricorrere a una dimensione più esperienziale».

A woman from Ofunato who lost her junior high school classmates in the March 11, 2011 earthquake and tsunami, calls her late friends inside Kaze-no-Denwa (the phone of the wind), a phone booth set up for people to call their deceased loved ones, at Bell Gardia Kujira-yama, ahead of the 10th anniversary of the disaster, in Otsuchi town, Iwate Prefecture, northern Japan February 28, 2021. REUTERS/Issei Kato SEARCH \\\"KATO PHONEBOOTH\\\" FOR THIS STORY. SEARCH \\\"WIDER IMAGE\\\" FOR ALL STORIES. TPX IMAGES OF THE DAY.
A woman from Ofunato who lost her junior high school classmates in the March 11, 2011 earthquake and tsunami, calls her late friends inside Kaze-no-Denwa (the phone of the wind), a phone booth set up for people to call their deceased loved ones, at Bell Gardia Kujira-yama, ahead of the 10th anniversary of the disaster, in Otsuchi town, Iwate Prefecture, northern Japan February 28, 2021. REUTERS/Issei Kato SEARCH \\\"KATO PHONEBOOTH\\\" FOR THIS STORY. SEARCH \\\"WIDER IMAGE\\\" FOR ALL STORIES. TPX IMAGES OF THE DAY.
La cabina del vento ideata nel 2010 da Itaru Sasaki che aveva perso il cugino (REUTERS)

Il fenomeno nasce in Giappone, in un contesto culturale e religioso molto diverso dal nostro: come legarlo al cristianesimo?

«Nella cultura giapponese è molto forte il culto dei defunti, cosa che io credo noi dovremmo un po’recuperare. In Giappone la memoria di chi non c'è più è molto presente nella vita quotidiana, mentre noi occidentali abbiamo quasi del tutto rimosso l'idea della morte dalla nostra esperienza quotidiana. Viviamo come se i nostri giorni terreni non finissero mai, non si parla mai di morte. Ecco, questa esperienza è sicuramente un aiuto a recuperare la dimensione della morte. Io non la vedo in alternativa alla fede cristiana, può essere, anzi, un modo per tornare a riflettere su ciò che ci aspetta dopo e a recuperare l'insegnamento della Chiesa».

Ma non è in alternativa alla visita ai cari defunti che si compie andando in un cimitero?

«Curiosamente - ma è una cosa che io trovo significativa - a Capannoli il telefono del vento si trova a poche decine di metri dal piccolo cimitero del paese. Se vai in auto alla cabina del vento, devi lasciarla nel parcheggio del cimitero e poi salire a piedi per poche decine di metri. E questo mi ha fatto riflettere, perché sono due modi diversi di vivere la dimensione del lutto, ma per certi versi complementari. Il dato comune è la riflessione, il silenzio, che in qualche modo ti chiedono entrambi di vivere. E questo silenzio lo puoi riempire con una preghiera, con un ricordo che diventa anche ringraziamento per le persone che ha avuto nella vita e ora non ci sono più, ma ti aiuta anche a vivere la dimensione della morte come un inno alla vita, a ricordarsi del fatto che tu devi dare il meglio di te stesso nei confronti delle persone che sono ancora in vita, devi trarre l'esperienza dagli errori che hai fatto in passato con chi non c’è più per cercare di colmare queste lacune nei confronti di chi hai fianco adesso. È un po’ un insegnamento evangelico».

Insomma, attraverso la riflessione sulla morte, dovremmo riuscire a vivere con più pienezza.

«Anche in chi “boccia” le cabine del vento resta il desiderio di questo contatto, di questo legame con il defunto che continua. Le distorsioni si trovano, semmai, con le esperienze provocate con l’Intelligenza Artificiale, o con il QR code per cui rivivi i video dei defunti e puoi continuare ad avere contatti con le persone morte come se fossero ancora vive. Qui il rischio è smettere di vivere per calarsi semplicemente nella dimensione della memoria e del passato. Il telefono del vento potrebbe essere un modo per evitare anche questo».

Oggi le cabine del vento sono presenti in tante parti del mondo...

«Il Paese dove ce ne sono di più sono gli Stati Uniti, ma ci sono anche delle esperienze particolari. Per esempio, c'è un telefono del vento installato all'interno del giardino di un hospice. Potrebbe aiutare anche queste persone alla ricerca di una risposta sulla loro vita».