Se la prima tappa del nostro cammino è stata segnata dalla verticalità della roccia toscana, l’ingresso in Umbria (www.umbriatourism.it) si annuncia con un mutamento di respiro. Il paesaggio si fa orizzontale, le pendenze si addolciscono e l’occhio finalmente riposa sulla Valtiberina. Varcare questa soglia significa entrare nella “terra del santo”, dove ogni collina sembra disegnata per ospitare un eremo e ogni borgo conserva un frammento del passaggio del Poverello. È qui che la Via di Francesco (www.viadifrancesco.it) rivela la sua natura profonda: non solo sfida fisica, ma grammatica dell’incontro.

Il mio ingresso in terra umbra è sancito dalla bellezza di Citerna (www.citernaturismo.it), sentinella medievale che domina la valle. Tra le mura del castello e il Monastero del Santissimo Crocifisso, il borgo accoglie il viandante con un belvedere mozzafiato, dove una scultura metallica di un pellegrino sembra scrutare l’orizzonte. Al bar Vita Frenetica, incontro Adriana Tifernati e Enrico Chialli, ex operai che a cinquant’anni hanno scelto di reinventarsi baristi. Adriana mi racconta di Flora Volpini, sindaca visionaria e scrittrice di fama, una femminista ante litteram che portò modernità al borgo nel Dopoguerra.

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Ma Citerna custodisce un segreto di terracotta. Nella chiesa di San Francesco, Gilberto Presenti mi accompagna davanti alla Madonna di Donatello. È un’opera salvata dal caso, tiene a precisare con appassionata foga la guida di 79 anni: «Fino ai primi anni 2000 era su un piedistallo vuoto, nessuno immaginava fosse così preziosa. Fu una giovane studiosa, Laura Ciferri, a intuirne il valore, portando al restauro dell’Opificio delle pietre dure. Hanno tolto tre strati di ridipinture per arrivare all’originale del 1415. Uno strato di vernice al piombo del 1839 l’aveva paradossalmente preservata. In sostanza, l’ha salvata».

Questa tratta, circa 20 chilometri in tutto (6 ore e mezza di cammino), sale e scende fino alla frazione di Lerchi, nel singolare Frutteto di Fondazione Archeologia Arborea (www.archeologiaarborea.it). Qui Isabella Dalla Ragione salva antiche varietà locali di frutti (“piante di civiltà”) che hanno nutrito generazioni. «Francesco e i suoi seguaci cercavano la meraviglia nella natura così come essa si presenta», mi dice Isabella mentre passeggiamo tra mele e agrumi che profumano la chiesa di San Lorenzo. E continua: «Salvare una pianta, per me, significa innestare gemme di memoria nel cuore dell’Italia».

Poco fuori, la salita conduce all’Eremo del Buon Riposo (tel. 333.540.77.82), incastonato tra le caverne dove Francesco cercava ristoro. Nel chiostro incontro Antonio, un pellegrino ligure arrivato da Rapallo. È un fisioterapista e insegnante di yoga che ha scelto di misurare i suoi dubbi sul sentiero. Per lui, camminare è una forma di ascesi: «Sentivo la necessità di srotolare la mia matassa passo dopo passo», mi confida. «Il cammino porta alla luce quello che è sopito; si cade in uno stato di presenza che permette una profonda connessione con il mondo».

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Nel giardino incrocio lo sguardo vivace di Manuela De Crescenzo, anima dell’Associazione “La Via di Francesco in Umbria” (www.viadifrancesco.it). Manuela non vive qui, ma vive per questi sentieri, coordinando i volontari affinché il viandante non si senta mai solo: «Il nostro scopo è far sì che il pellegrino si senta accolto in una rete strutturata, al di là dei confini regionali». Scendo verso Città di Castello (www.cittadicastelloturismo.it), dove il Tevere muove acque ancora giovani. Il profilo del centro storico è un ricamo di storia: piazza Matteotti si apre come un salotto elegante, mentre piazza Gabriotti – o di Sotto, dominata dalla maestosa Torre Civica, cattedrale e Palazzo del Vescovo – osserva immutata il fermento di un centro che profuma di Rinascimento e Medioevo.

A Pietralunga – che si chiama così non per le pietre, ma per i suoi “Prati Lunghi” (Pratalunga) – il cammino (31 km, 9 ore) si fa internazionale. Al Bar Asia, tra i vapori del caffè di Nicolas, incontro l’efficienza mitteleuropea di Andrea Knaller e Hans Großhammer. Vengono dalla Stiria, in Austria, e marciano con una media di 30 chilometri al giorno sulla rotta Firenze-Roma del Cammino di Francesco. Accanto a loro, il contrasto è potente: Enzo Petrocchi, 73 anni, di Frosinone. Guida alpina del Cai con mille chilometri di Francigena nelle gambe, lo trovo con un sacchetto di ghiaccio sul ginocchio. «Bisogna far sopire il dolore per poter ripartire», dice con la calma del veterano. Per Enzo, la sosta all’ostello di Pietralunga (www.visitpietralunga.it) non è una resa, ma la «manutenzione del sogno». L’accoglienza qui ha il volto di don Francesco Cosa, parroco rumeno che ha vissuto sotto il regime di Ceausescu. Gestisce la “Betania”, un’accoglienza a donativo: «Qui il pellegrino è Gesù che bussa alla porta. È un impegno enorme, ma ogni sera vedo la luce nei loro occhi».

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Dopo Pietralunga, l’Oasi di Candeleto. Ventisei chilometri e oltre sette ore di cammino, entro nella solennità di Gubbio. Mi fermo prima al Convento di San Francesco, sorto dove la famiglia Spadalonga accolse il Poverello dopo la spogliazione, e poi alla chiesetta della Vittorina, luogo esatto dove avvenne il “patto” con il lupo. In entrambi i luoghi, statue in bronzo ritraggono l’abbraccio tra l’uomo e la bestia, rendendo tangibile il miracolo della mansuetudine.

Lascio il versante del Monte Ingino. Dalla Madonna di Donatello alla mela antica di Isabella, ogni incontro è una scintilla di infinito in cammino verso Assisi.