«Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore e ammirare il suo santuario». Questo del Salmo 27 è solo uno dei tanti riferimenti alla casa presenti nella Bibbia. È una casa simbolo di custodia e protezione, proprio come quella dove tutti noi facciamo ritorno alla sera. Ma quelle stanze che conosciamo ormai a menadito possono rivelarsi qualcosa di più che semplici mura: da barriere che ci proteggono dall’esterno, possono trasformarsi in ponti per contemplare e meditare la Parola in un vero e proprio pellegrinaggio “casalingo”. «Una spiritualità autentica è certamente un’esperienza di intimità, ma non può mai ridursi a un ripiegamento privato. Anzi, oserei dire che la qualità delle nostre relazioni è una delle prove più convincenti della crescita spirituale di una persona», esordisce Marco Di Benedetto, autore del libro Casa, dolce casa. Guida per un pellegrinaggio domestico (Edizioni Messaggero Padova).

Marco Di Benedetto, 49 anni, è docente di religione del liceo scientifico “Primo Levi” di Montebelluna, nel trevigiano.
Marco Di Benedetto, 49 anni, è docente di religione del liceo scientifico “Primo Levi” di Montebelluna, nel trevigiano.
Marco Di Benedetto, 49 anni, è docente di religione del liceo scientifico “Primo Levi” di Montebelluna, nel trevigiano. (dal collaboratore)

La casa in chiave rituale

«Anche le nostre case possono diventare dei rifugi chiusi, degli spazi invalicabili, invece che dei santuari ospitali, aperti al mondo e all’altro», afferma il docente di religione del liceo scientifico “Primo Levi” di Montebelluna, il comune trevigiano dove vive insieme alla moglie Ilaria e al piccolo Leonardo.

Santuari ospitali da visitare stanza per stanza, proprio come suggerisce Di Benedetto, che sta completando gli studi in mediazione familiare e scolastica secondo l’approccio sistemico all’Istituto veneto di terapia familiare, e che ci accompagna in questo viaggio all’interno della casa fisica e della Casa interiore che è in tutti noi. In quella casa che diventa il luogo per trasformare i gesti quotidiani in rituali capaci di aprire le porte al mistero da riconoscere e ospitare.

«Guardare alla vita di casa in chiave rituale significa riconoscere che certe azioni ripetute possono diventare dei luoghi nei quali si costruisce l’identità e si tessono dei legami», prosegue Di Benedetto. Dunque, anche apparecchiando, lavando, piegando i panni e preparando i pasti «si impara la comunione e si attraversano persino gli strappi della separazione e del conflitto».

La via verso il divino

Così, le fondamenta della casa non rappresentano più solo i pilastri sui quali si regge la casa, ma anche le basi sulle quali costruiamo il nostro progetto di vita. E la cucina? Questa è la stanza della condivisione, dove si mangia insieme il cibo, che non è solo fisico, ma è il simbolo di nutrimento della nostra spiritualità. Non deve stupire se in questo pellegrinaggio “casalingo” sia contemplato anche il bagno.

«È il luogo in cui entriamo in contatto con i nostri bisogni più elementari», spiega Di Benedetto, «ma è anche lo spazio nel quale si manifesta il desiderio di benessere, di bellezza e di cura di sé. Questo desiderio, quando viene vissuto con equilibrio e sapienza, può diventare una via verso il divino».

Si tratta di un percorso spirituale che però, in preda alla frenesia della vita quotidiana, può essere difficile da mettere in pratica: «Spesso anch’io vivo il tempo della casa in modo distratto, sbrigativo, decentrato», confessa Di Benedetto, «ma non passa quasi giorno senza che, anche solo per un istante, affiori in me una consapevolezza grata per qualcosa che, nel fare le cose di casa o nello stare lì, mi appare come dono di Dio».

Fare con verità

Per chiarire meglio questo concetto, l’insegnante, che si è laureato in studi teologici con specializzazione in Liturgia e ha conseguito il dottorato al Pontificio istituto liturgico Sant’Anselmo di Roma, racconta un episodio di vita concreta. Un giorno, mentre giocava in terrazza con suo figlio, era stanco di pulire e ripulire ciò che il piccolo continuava a sporcare. «Eppure, proprio in quel momento, mi sono sorpreso a sostare per qualche secondo davanti all’immagine di Dio che pazientemente raccoglie le nostre sporcizie, ricadute e disattenzioni. Questo pensiero non mi ha sottratto alla fatica concreta del gesto, ma gli ha restituito un senso». Non solo: «Mi ha dato anche un’occasione di gratitudine che altrimenti avrei perduto, restando prigioniero soltanto della stanchezza del momento», evidenzia Di Benedetto.

Per chi volesse intraprendere un pellegrinaggio domestico capace di trasformare l’abitudine in rito riempiendolo di presenza e significato, raccomanda di affrontarlo con grande rispetto per i propri ritmi di vita, senza l’ansia da prestazione spirituale. «Le suggestioni del libro possono servire come degli spunti e delle occasioni per avviare un dialogo o una condivisione nei tempi e nei luoghi che una famiglia riconosce come possibili e opportuni», precisa Di Benedetto. «Non serve fare molto. Serve fare con verità. Anche un gesto minimo, se abitato con presenza, può diventare soglia di senso».