Chi conosce i libri di Daniele Mencarelli non può non incontrarlo con affetto, come un amico a distanza. E dargli del tu. Con i primi romanzi, autobiografici, il lettore ha trascorso con lui sette giorni in un reparto psichiatrico per un Tso (Tutto chiede salvezza, poi diventato serie su Netflix), ha vissuto tra i piccoli pazienti del Bambino Gesù (La casa degli sguardi), attraversato l’Italia on the road (Sempre tornare). Classe ’74, romano, era tra gli scrittori che il 24 giugno hanno incontrato papa Leone, in occasione del centesimo anniversario della Libreria editrice vaticana.

Come mai hai accettato l’invito?

«Sono interessato a quelli che indagano il rapporto tra uomo e trascendente, sento prossimi coloro che riescono ad abbandonarsi a una religione, cosa che io non riesco totalmente a fare. Inoltre, in questo momento storico, riconosco, a papa Francesco prima e a Leone adesso, il primato nella difesa di certi valori che sono a rischio. Ne ha parlato Leone nel suo discorso a noi scrittori: empatia, pietà, verità, condivisione. Ho raccontato al Papa la mia esperienza con migliaia e migliaia di ragazzi, gli ho detto che non meritano degli adulti come noi, per il mondo che gli consegniamo».

Di te ha scritto La Civiltà Cattolica: «Tanti giovani occidentali sono alla ricerca quasi disperata di senso e non si sentono raggiunti dalle parole dei sacerdoti (né dei filosofi o degli esperti). Un poeta dalle parole arse dalla sofferenza e dal desiderio di autenticità può, forse, parlare loro e dare loro il gusto di vivere, di resistere al male». Cosa pensi di poter dire ai giovani?

«Rispetto a tutte le parole che vengono fornite dal mondo degli adulti, manca proprio la parola poetica. Non è una parola che scioglie il dolore, ma è di accompagnamento, di vicinanza a quella sofferenza che è assolutamente umana. Viviamo in un momento di analfabetismo esistenziale. I nostri figli chiedono al mondo degli adulti una complessità che non si riesce a dare. Perché si è persa la confidenza con alcune discipline fondamentali per l’uomo, in primis la poesia. Ai ragazzi condivido questo: riconosco alla poesia un primato, che è quello di dire del mondo, nominare il mondo, e trovare le parole a quel dolore che è sempre esistito, non è nato oggi. Propongo la mia esperienza di giovane che ha trovato nella poesia un sostegno fondamentale per avvicinarsi all’esistenza e soprattutto per capire una cosa fondamentale: che non ero il primo, non ero l’unico e non ero l’ultimo a vivere un certo tipo di dolore».

Scrivi: «Non sono credente, ma non posso negarmi a una ricerca spirituale, a quello che qui e ora trascende da me». E poi aggiungi: «La mia ricerca spirituale è nella postura con cui vivo ciò che incontro». Com’è questa ricerca e qual è questa postura?

«La ricerca spirituale per me non è un’astrazione. Nasce nel momento in cui ci abbandoniamo totalmente a quel sentimento che sta tra vita e morte, che è l’amore. Amare significa interrogarsi, soffrire, comprendere e allo stesso tempo non comprendere la morte. La morte, anche se è l’evento più naturale assieme alla nascita, resta per l’uomo qualcosa di moralmente inaccettabile. Non è giusto perché in quello che amiamo percepiamo un tempo che non è il tempo di questo mondo. Questa è la grande sorgente della mia ricerca spirituale. Da qui la postura. Se la ricerca spirituale nasce da questo sguardo rispetto alla vita, in tutto quello che incontro e che vivo cerco costantemente delle prove, dei rimandi, degli indizi che permettono allo sguardo di continuare a ricercare quel traguardo, sapere che il mio amore sopravviverà alla morte. In fondo, Dante con Beatrice, Giorgio Caproni con la madre Annina, tutta la grande poesia, la grande letteratura, l’arte è proprio questo sguardo, questa costante tensione al bene, per dirla con le parole di Simone Weil. La mia ricerca non è astrazione, è dentro la vita e la realtà. E qui che io cerco quegli elementi che mi permettono di portare avanti la mia indagine esistenziale».

Questo accade in una società in cui si fa sempre più presente il tema dell’intelligenza artificiale. Come ti interpella questo tema?

«Il grande problema di questo nuovo strumento, che da quello che ci viene raccontato ha un potenziale enorme, inimmaginabile, è il fatto che è nelle mani di pochissimi che in qualche maniera lo utilizzano in maniera monopolista, sempre più folle. Ogni strumento è nell’utilizzo che ne fa l’uomo. Questo strumento, almeno al momento, viene utilizzato più per distruggere, per scopi bellici, che per scopi costruttivi. Come scrive papa Leone, l’uomo non è un insieme di dati, ma è un insieme di sentimenti, di eventi che non potranno mai essere affidati a qualcosa che già nella sua nominazione, intelligenza artificiale, è profondamente distorto rispetto alla sua reale natura. E soprattutto noi abbiamo per paradosso qualcosa che la cosiddetta intelligenza artificiale non potrà mai avere. Noi abbiamo un orizzonte che si chiama morte, e che dovrebbe illuminare l’esistenza».

È una parola esiliata dalla nostra società...

«È una parola che dobbiamo reintrodurre nel nostro vocabolario, perché altrimenti rischiamo di equivocare il valore, il senso e la sostanza della vita. Forse soltanto attraverso la riscoperta della meravigliosa limitatezza dell’uomo, potrà esserci un reale confine rispetto a questo nuovo strumento, all’AI. L’esilio della morte secondo me è l’evento che ha scatenato l’enorme nevrotizzazione dell’uomo occidentale. È l’epoca che ha reso illecite le domande che l’uomo si è sempre posto: perché vivo? Perché muoio? Che senso ha tutto questo? È attraverso la riscoperta di queste domande che potremo probabilmente proteggere meglio l’umano e l’umanesimo rispetto a tutto quello che è digitale».

Sempre tornare, uno dei tuoi libri biografici, parla della strada. La strada è dei pellegrini, e sulla strada la Chiesa di Francesco e ora di Leone vuole stare. Che consigli daresti?

«La grande sfida è la rieducazione alla realtà. Io ho una stima enorme delle nuove generazioni. L’unico loro limite, perché è un limite anche nostro, è quello di aver perso contatto con la realtà. Siamo costantemente mediati: il nostro quoziente di realtà, quello che viviamo concretamente, si è ridotto in maniera drammatica. Tornare per strada significa tornare ad abbracciare la realtà e riscoprire che non è matrigna. La realtà il più delle volte provvede all’uomo. E lo dico da aspirante credente: la provvidenza agisce attraverso la realtà. Aumentare il nostro rapporto con la realtà significa stare per strada, perché non esiste un suo surrogato. Qualsiasi mediazione non sarà mai la realtà, neanche l’arte».

Papa Francesco, e anche Leone, parlano dell’arte come bellezza che dà speranza. Ti senti investito di questa responsabilità?

«Sì, avendo questo rapporto privilegiato con tanti ragazzi, mi sento chiamato a parlare della bellezza che continua a esistere e resistere. Credo che la nostra epoca sia a tutti gli effetti un tornante della storia. Dobbiamo tutti farci carico delle nostre responsabilità. Da adulto ho una responsabilità rispetto a chi è più giovane, voglio assumermi questa responsabilità e questa promessa di bellezza».

Scrivi che «l’esistenza è uno scandalo grande, i danni veri un uomo li fa quando è tranquillo». La tua vita non è stata tranquillissima. Che consiglio daresti a chi cerca una sua strada anche nel disagio?

«Uno dei miei maestri, Camillo Sbarbaro, a inizio Novecento intuisce che grande nemico dell’uomo e dell’uomo moderno, postmoderno, contemporaneo sarebbe stata la consuetudine, cioè vivere la vita come un gesto consueto a sé stesso. L’inquietudine è un sentimento assolutamente umano, evidentemente entro certi limiti. Ai ragazzi faccio questo esempio: la vita è come un peso enorme, nessuno può sollevare una tonnellata da solo, servono 50 uomini. Allo stesso modo, per condividere la nostra natura, che è gravosa, drammatica, serve la condivisione. Serve una compagnia, delle amicizie in grado di sostenere le nostre domande, di farle proprie. Io credo che la grande sfida di un ragazzo, di un uomo, sia costruire una serie di relazioni con cui condividere non soltanto i divertimenti, la parte più superficiale dell’esistenza, ma tutto, senza pudore, anche quelle parti che facciamo più fatica a condividere con gli altri».

Come stai?

«Oggi sto bene. Domani, se ci prendiamo un caffè e mi fai la stessa domanda, ti rispondo per domani. Vado a giornate, un giorno alla volta».