Si è conclusa la 21ª edizione del Festival della Comunicazione, ospitata quest'anno dalla diocesi di Albano e dedicata al tema del messaggio di papa Leone XIV per la Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali 2026, Custodire voci e volti umani.

Due settimane di incontri, mostre, spettacoli, conferenze, momenti di preghiera e dialogo che hanno coinvolto parrocchie, scuole, associazioni, istituzioni e realtà del territorio.

Ma quale eredità lascia questa esperienza? Quale volto della comunicazione è emerso da questo percorso? A tracciarne un bilancio è don Alessandro Saputo, vicario episcopale per la Pastorale e la formazione permanente del clero della Diocesi di Albano.

don Alessandro Saputo

Una rete di relazioni che continua oltre il Festival

«Il bilancio di questa 21ª edizione del Festival della Comunicazione, organizzato dalla nostra diocesi in collaborazione con la Famiglia Paolina, è estremamente positivo», afferma.

Per spiegare quanto vissuto, don Saputo richiama le parole pronunciate dal vescovo Vincenzo Viva nella celebrazione conclusiva del Festival. «Per due settimane il Festival della comunicazione ci ha permesso di raggiungere luoghi, persone, parrocchie, scuole, associazioni, attraverso i linguaggi più svariati, come quelli dell'arte, della fotografia, della musica, del teatro, delle conferenze e dell'incontro fraterno, per far risuonare il messaggio del Santo Padre Leone per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali del 2026 “Custodire voci e volti umani”».

Secondo don Saputo, in queste parole si può riconoscere non soltanto l'enorme sforzo organizzativo compiuto dalla diocesi, dagli uffici della curia e dai vicariati territoriali, ma soprattutto l'entusiasmo con cui tante persone hanno accolto l'invito a fermarsi per riflettere su un tema che riguarda sempre più da vicino la vita quotidiana di tutti.

Il segno più concreto lasciato dal Festival non è però un singolo evento. «È quella rete di relazioni che si è rinsaldata o accresciuta nei mesi di preparazione al Festival. Avevamo già degli ottimi rapporti sia con le istituzioni che con il mondo civile, ma il lavoro fatto fianco a fianco, il tema particolarmente stimolante e la voglia di realizzare percorsi di approfondimento ci hanno messo nella condizione di migliorare i rapporti esistenti. Altri, invece, sono del tutto nuovi e ci aspettiamo che potremo coltivarli e approfondirli ancora di più».

Per descrivere questa esperienza, il sacerdote utilizza una suggestiva immagine evangelica. «Ci siamo sentiti come i pescatori di Galilea che, sulle rive del lago di Tiberiade, sistemavano le reti, ne aggiustavano i nodi e ne miglioravano le prestazioni per poter rispondere, in modo nuovo e sempre più convinto, all'invito del Maestro a gettare le reti in mare». Un'immagine che racconta il desiderio di prepararsi a raccogliere i frutti di un lavoro che, come sottolinea don Saputo, «lo Spirito Santo da tempo sta facendo».

Custodire i volti e le voci del territorio

Il tema scelto per il Festival ha fatto da filo conduttore a iniziative molto diverse tra loro. Per don Saputo il filo rosso che le ha unite è uno soltanto: «La relazione tra il divino e l'umano».

«È Dio stesso, il custode di Israele, che si prende cura dell'umano e chiede a noi di fare altrettanto», spiega. Da questa prospettiva è nato il desiderio di custodire i volti e le storie presenti sul territorio. Volti passati e presenti, di donne e uomini che hanno contribuito alla storia locale, come nelle iniziative dedicate al “Triangolo della Latinità” o nella presentazione del libro su don Umberto Galeassi.

Ma anche i volti delle donne che convivono con una malattia oncologica e quelli delle persone che se ne prendono cura. Oppure le voci e i volti dei giovani: quelli che vivono la scuola, quelli impegnati nel sociale, quelli che desiderano crescere nella fede e quelli che sentono l'urgenza di cercare nuove modalità per abitare il mondo dei social media e della comunicazione digitale.

Particolarmente significativa, in questo senso, è stata l'esperienza vissuta con i giovani del progetto Shine to Share e la collaborazione con il Sovvenire della Cei, così come le iniziative realizzate con le scuole del territorio. Tra gli appuntamenti che hanno maggiormente rappresentato questo desiderio di custodire i volti umani, don Saputo cita anche quelli che hanno coinvolto i ragazzi del Liceo Pascal di Pomezia e la Rassegna biblica promossa dal Settore Apostolato biblico dell'Ufficio Catechistico diocesano. Attraverso l'intelligenza artificiale, la scrittura creativa e il linguaggio del gioco, i giovani hanno riletto e raccontato alcuni grandi personaggi della Sacra Scrittura.

Dare voce a chi rischia di restare invisibile

Il Festival ha dato spazio anche a numerose espressioni artistiche e culturali. «Ci sono state le voci dei grandi maestri dell'arte», racconta don Saputo, ricordando gli approfondimenti dedicati a Gian Lorenzo Bernini, che ha lasciato numerose opere nel territorio della diocesi, a Giacomo Manzù, che ad Albano ha vissuto e concluso la propria esistenza, e al compositore Franz Liszt, canonico della cattedrale albana. Anche il teatro ha avuto un ruolo importante. Attraverso il linguaggio della scena sono state raccontate le esperienze di chi vive il disagio e la malattia mentale, dando spazio a storie che spesso rimangono ai margini.

La fotografia, invece, ha contribuito a rendere visibili persone troppo spesso ignorate. Don Saputo ricorda in particolare l'esperienza dedicata ai Sikh che lavorano nei campi della bonifica pontina, uomini e donne che spesso vivono situazioni di sfruttamento e che rischiano di essere nascosti dall'ombra del caporalato.

«Ispirandoci allo sguardo di Dio sull'uomo, abbiamo provato a guardare in modo diverso i nostri territori, ma soprattutto coloro che li abitano, puntando un faro su tutta la bellezza della creazione e sulla straordinaria opera di redenzione operata dal Signore».

Comunicare non significa soltanto parlare

Tra le riflessioni emerse durante il Festival, una delle più significative riguarda il rapporto tra comunicazione e dialogo. «Non dobbiamo mai dare per scontato che l'ampliarsi delle possibilità di comunicare dia veramente all'uomo la possibilità di dialogare meglio», osserva don Saputo. «Spesso la comunicazione digitale rischia di essere monodirezionale, incapace di generare autentiche relazioni».

Per questo motivo il sacerdote invita a recuperare e incarnare lo stile di Gesù, fatto di ascolto e di relazione. Un concetto che, a suo giudizio, è emerso con forza in tutte le iniziative del Festival.

Richiama, a questo proposito, anche le parole di don Giuseppe Lacerenza: «Non abbiamo assistito a un semplice susseguirsi di eventi, conferenze, spettacoli, ma a uno spazio generativo caratterizzato da ascolto reciproco, dialogo autentico e prossimità umana. Da questo momento si apre per tutti noi un nuovo cammino: il tempo di far fruttificare la ricchezza di quanto abbiamo vissuto insieme».

La fragilità della comunicazione e il valore del silenzio

Per don Saputo non bisogna dimenticare che la comunicazione porta con sé la stessa fragilità che caratterizza ogni essere umano. Richiamando il pensiero del filosofo tedesco Karl Jaspers, osserva che la comunicazione autentica non consiste in un semplice passaggio di informazioni, ma in un incontro profondo tra persone che riconoscono la propria vulnerabilità e accettano di esporsi nel dialogo.

Proprio per questo, uno degli aspetti che oggi sembrano più trascurati è il valore del silenzio. «Nella comunicazione non sono importanti solo le parole», afferma. «C'è una cosa fondamentale che spesso dimentichiamo: il silenzio».

Si comunica anche attraverso la capacità di fare spazio dentro di sé perché la parola dell'altro possa essere accolta e custodita. Una dimensione che appare sempre più rara in una società dove prevalgono spesso aggressività, contrapposizione e desiderio di imporsi. «La comunicazione alla quale assistiamo, spesso, non tiene conto di questa necessità: è una comunicazione che attacca, che ferisce, che schiaffeggia, che cerca di dominare e che non vuole accettare la possibilità di prendersi un tempo di silenzio per ascoltare».

Tutti sentono il bisogno di esprimere la propria opinione, osserva il sacerdote. Molto più difficile è accettare di mettere in discussione le proprie certezze, fare spazio alle idee degli altri e cercare una sintesi comune. Anche il percorso sinodale, universale e nazionale, ha insegnato molto in questa direzione attraverso il metodo della conversazione nello Spirito. Tuttavia, riconosce don Saputo, «su questo dobbiamo ancora camminare molto, anche come comunità cristiana».

Il coraggio di affrontare temi scomodi

Alcuni appuntamenti del Festival hanno affrontato questioni delicate e talvolta divisive. Una scelta che, secondo don Saputo, non può essere evitata se si vuole davvero dare voce alle persone. «Nel Vangelo possiamo accorgerci con facilità quanto Cristo disturbava le coscienze. Se vogliamo custodire e dar voce a chi voce non ha, dobbiamo mettere in conto che qualcuno verrà disturbato».

Anche durante il Sinodo, racconta, molte persone hanno bussato alle porte delle comunità cristiane chiedendo semplicemente di essere ascoltate. Hanno portato storie difficili, situazioni complesse, domande capaci di mettere in crisi convinzioni consolidate. «Ci siamo ritrovati, per un attimo, nella scena evangelica dell'adultera: c'era da preservare e custodire la verità, ma occorreva farlo con uno sguardo di misericordia sulla persona». Per questo, aggiunge, non si può pensare di eliminare un problema eliminando la persona che lo porta con sé. Sarebbe una logica incompatibile con il Vangelo.

Don Saputo richiama anche le parole pronunciate da papa Francesco ai referenti diocesani del Sinodo nel maggio 2023, quando invitò a non avere paura dei disordini provocati dallo Spirito Santo. «Certi disordini sono provocati dallo Spirito che non può accettare che, per quieto vivere, ci si dimentichi della giustizia, della verità e del bene comune».

«Non guardarmi come una malata, guardami come una persona»

Tra i molti incontri vissuti durante il Festival, ce n'è uno che don Saputo porterà particolarmente nel cuore. Si tratta dell'iniziativa realizzata insieme all'Asl Roma 6 e dedicata alle donne che hanno affrontato la malattia oncologica. Il progetto si intitolava Guardami: sono io. Volti da custodire.

Le donne che hanno accettato di raccontarsi e di farsi fotografare hanno lasciato nel sacerdote un ricordo indelebile. «Non guardarmi come una malata, guardami come una persona». Una frase semplice e insieme profondissima, che racchiude il significato dell'intera manifestazione: «Ogni persona va guardata non per quello che produce, che pensa o che chiede, ma per quello che è nel più profondo di se stessa: come figlia di Dio».

È questa, conclude don Saputo, la sfida che il Festival lascia alla Chiesa e alla società: imparare a riconoscere nell'altro non anzitutto ciò che disturba o mette in difficoltà, ma un fratello o una sorella, portatori di doni, di grazia e di dignità. «Quando smetteremo di vedere nell'altro solo ciò che ci disturba, che ci mette in difficoltà o che ci interroga profondamente, ma inizieremo prima di tutto a riconoscere un fratello o una sorella, un portatore di doni e di grazie, un figlio di Dio che cerca libertà, potremo veramente dire che abbiamo visto la magnifica umanità creata da Dio».