Due libri, a distanza di pochi mesi, firmati da due autorevoli monache di clausura, due clarisse. Elena Francesca Beccaria e Manuela Cavrini. Niente di nuovo, o forse sì: sempre di più le monache, soprattutto le madri badesse, fanno ascoltare la loro voce, con pubblicazioni, articoli, incontri spirituali via web, testimonianze pubbliche. Non è una novità, ripeto, ma è un fenomeno in crescita.

Mentre il cristianesimo è sempre meno presenza, e con evidenza cala la partecipazione ai sacramenti e alle liturgie; quando anche solo proporre la visione della dottrina della Chiesa ti annovera tra i tradizionalisti (e lo sguardo – se va bene – è di commiserazione); quando la storia della presenza dei cattolici in Europa nel nostro Paese è ridotta, parziale, trascurata o nascosta. (per esempio sull’anniversario della nostra repubblica, “nata dalla Resistenza”: ma di tutti, comunisti e cattolici, monarchici, liberali; e nata dal paziente lavoro di parecchi quasi santi, per esempio La Pira, Dossetti, De Gasperi, Lazzati, Giordani…); quando le vocazioni sono in calo, proprio nella nostra Italia ed Europa, e i vescovi cominciano ad affidare le parrocchie ai laici (mi domando che devono fare in Amazzonia); ecco che i monasteri tornano a essere presidio di fede, custodia di dubbi, angosce, solitudini, scrigni di speranza.

È come nel Medioevo, quando nelle turbolenze di invasioni, guerre, lotte intestine, miserie e persecuzioni, ai monasteri si chiedeva aiuto, soccorso, luce. E la badesse assicuravano un letto, un piatto di minestra, la cura del corpo e delle anime, oltre a saggi consigli perfino ai re e ai papi. Sta avvenendo ancora. Sacerdoti inquieti, vescovi sul punto di decisioni importanti, uomini delle istituzioni frequentano i monasteri e chiedono udienza alle monache. Sapienti anche per cultura, discrete e disinteressate a giochi di palazzi e potere.

A queste oasi di silenzio e pace chiedono accoglienza anche i pellegrini, giovani in cerca di quiete interiore, di un tempo per pesare, per scegliere; o per capire la strada da percorrere. Poi – ed è davvero un mistero che si fa realtà – alcune giovani donne chiedono di entrare in clausura, con tutto quel che la parola sottende (perfino, per alcune congregazioni, la grata). Anacronismo, assurdità, per fanatismo o fuga. Oppure un altro modo di essere del mondo ma non nel mondo, di spendere il tempo a gloria di chi ci ha creati, lavorando e pregando, e rendendosi disponibile ad ascoltare, capire, meditare.

Fateci caso: tra tante anziane che abitano monasteri di città e paese, vedete spuntare qualche abito laico, e sono le probande, le postulanti; o qualche viso fresco in abito bianco, e sono le novizie. Il buonsenso ci fa scuotere il capo, compiangendo lo spreco della giovinezza. Il buonsenso! Come diceva Manzoni, se n’era andato soppiantato dal senso comune, quasi sempre fallace: perché tocca non scuotere, ma alzarlo, il capo. E lasciarsi interrogare dal perché una decisione così diversa e forte, quasi provocatoria, nel nostro tempo. Può essere solo follia? Forse la grazia, forse la felicità.