testo e foto di Carlos Solito

San Francesco d’Assisi, ottocento anni fa, ci insegnava che perdersi nella natura è il solo modo per ritrovarsi in Dio. Percorrere oggi, nel 2026, il sentiero che da La Verna scende verso Assisi e Roma, significa tornare alla lentezza giusta. Cammineremo insieme lungo un itinerario che in 500 chilometri cuce Toscana, Umbria e Lazio, trasformando la strada in un vivaio di incontri.

Arrivo al santuario della Verna (www.laverna.it) nel pomeriggio, i raggi del sole filtrano tra le fronde dei faggi nel Bosco delle Fate. Nel Quadrante, la grande piazza lastricata che si apre come un balcone sulla valle del Casentino, mi accoglie fra Raffaele Messa. Barba folta e sorriso luminoso, ha gli occhi dello stesso colore dell’Adriatico di Polignano a Mare, dove è nato 57 anni fa. Mi racconta la sua vestizione francescana – nel 2003 – proprio sotto la grande croce di legno che domina il piazzale.

Sansepolcro.
Sansepolcro.

Sansepolcro.

Oltrepassata la chiesetta di Santa Maria degli Angeli – il nucleo originario del 1216, nato da un sogno del santo – entriamo nella Basilica maggiore. È il cuore del complesso, dove splendono le terrecotte invetriate di Andrea Della Robbia, come la celebre Annunciazione. In una cappella è custodita la reliquia del sangue di Francesco. Attraversiamo il corridoio delle Stimmate fino alla cappella del miracolo del 1224. Osservo il “letto” del santo, una grotta umida sulla nuda pietra, simbolo di distacco totale, e sperimento la vertigine del Sasso Spicco.

La salita verso il Monte Penna passa per la cappella del Faggio: il panorama sull’Appennino vale la fatica. Intanto infuoca il tramonto, la rupe del santuario si colora di rosa intenso, come la scelta radicale di spogliarsi di tutto per vestirsi di solo cielo.

La Via di Francesco è indicata ovunque da segnavia gialli e blu e dal Tau giallo, sigillo di umiltà scelto dal santo. Il sentiero che scende dalle Foreste Casentinesi interseca la memoria degli uomini a Pieve Santo Stefano. Qui l’Archivio Diaristico Nazionale (www.archiviodiari.org), “vivaio” di Saverio Tutino, custodisce undicimila testimonianze: dai fitti carteggi al lenzuolo-diario di Clelia Marchi, fino al caso Rabito. Come spiega la direttrice Natalia Cangi, ogni diario è un seme piantato per alimentare un ecosistema di storie che, nel Piccolo Museo, trasmutano da private in memoria universale.

Santuario della Verna.
Santuario della Verna.

Santuario della Verna.

Pieve è anche la culla di un Tevere cristallino, lontanissimo dai torbidi romani. Seguendo i mosaici del Cantico delle creature sul lungofiume, raggiungo Luca Marchetti: 40 anni, grintoso, sguardo profondo e limpido che sembra aver setacciato il dolore per trovarvi la luce. Dal 2010 la sua vita è su una sedia a rotelle, ma Luca ha trasformato il limite in missione, convertendo la struttura dei nonni – lo storico Hotel Santo Stefano – in un porto per viandanti. In una potente dicotomia tra l’andare del pellegrino e la sua stasi, Luca si fa “motore immobile” dell’accoglienza: «Il cammino non si misura più con le gambe, ma con la capacità di aprirsi all’altro. La mia sedia è un centro di gravità dove i passi altrui trovano riposo, trasformando l’immobilità in energia del cuore». Lascio Luca con la consapevolezza che il “passo che salva” non è solo quello di chi cammina, ma anche quello di chi – restando fermo – sa farsi ponte per il viaggio altrui.

Risalendo da Pieve verso l’Alpe della Luna, la fatica è mitigata da orchidee selvatiche e cerri monumentali. Aggrappato allo sperone come un nido d’aquila appare l’Eremo di Cerbaiolo (www.eremodicerbaiolo.org), antico romitorio benedettino donato a Francesco nel 1216. Il santo amava questo luogo selvaggio, un “nido di falchi” dove il distacco è totale: dopotutto, «chi ha visto La Verna e non Cerbaiolo, ha visto la mamma e non il figliolo». Per raggiungere Sansepolcro servono 28 chilometri e 14 ore di fiato, impresa che divido sostando a Pian della Capanna. Tra i faggi dell’Alpe e i crinali della Linea Gotica al Passo di Viamaggio, il cammino approda all’Eremo di Montecasale (www.cappuccinitoscani.it). Qui il padre guardiano, frate Francesco, mi guida tra il refettorio e la Sala del Badalone, fino alla cappella dove il sasso-giaciglio del santo convive con i teschi dei Tre Ladroni. È il segno di una carità che non giudica ma converte, sigillata dal monito del frate: «Spogliarsi delle proprie certezze è l’unico modo per accorgersi dell’altro».

Scendo a valle. A Sansepolcro la contemplazione prosegue davanti al Volto Santo in cattedrale e alla Resurrezione di Piero della Francesca (www.museocivicosansepolcro.it): luce che vince la materia e dà forma al cammino. Il ristoro finale è alla “Piadinaccia”, dove Manola Ambrogetti ed Emma curano il corpo coi sapori schietti della terra.