Il caso di Salim El Koudri, il 31enne che a Modena ha travolto con la propria auto alcuni passanti, riporta al centro dell’attenzione pubblica un tema delicato e complesso: che cosa accade quando una persona affetta da un disturbo psichiatrico decide di interrompere volontariamente le cure? Secondo quanto emerso nelle indagini, l’uomo era stato seguito dai servizi di salute mentale tra il 2022 e il 2024, ma aveva poi smesso autonomamente il percorso terapeutico e l’assunzione dei farmaci.

In Italia, infatti, le cure psichiatriche sono volontarie e una diagnosi non comporta automaticamente limitazioni della libertà personale o interventi coercitivi. Il trattamento sanitario obbligatorio rappresenta un’eccezione prevista solo in casi specifici e regolata da procedure molto precise. Ma quali strumenti hanno oggi i servizi territoriali? E come possono muoversi le famiglie quando una persona rifiuta di curarsi? Ne abbiamo parlato con Antonio Vita, presidente della Società Italiana di Psichiatria.

Presidente, sappiamo che oggi una persona adulta può rifiutare le cure psichiatriche anche in presenza di una patologia importante. In quali casi si interviene con un trattamento sanitario obbligatorio (TSO) e come funziona concretamente questo strumento?

«Le cure psichiatriche, come tutte le cure, sono volontarie. A partire dalla legge 180 del 1978, poi confluita nella legge 833 che ha istituito il Servizio sanitario nazionale, i trattamenti in ambito psichiatrico sono di norma volontari. Esiste, però, l’eccezione del “trattamento sanitario obbligatorio”, che può essere applicato quando vi sia una condizione psicopatologica acuta che richiede un intervento immediato in ambiente ospedaliero e quando il paziente, proprio a causa della sua patologia, rifiuta il trattamento. Il TSO deve essere proposto da un medico, convalidato da un medico della struttura pubblica e infine disposto con un’ordinanza del sindaco. Inoltre, viene comunicato anche al giudice tutelare, proprio per garantire tutte le tutele giurisdizionali previste per la persona. Il ricovero avviene negli SPDC, i Servizi psichiatrici di diagnosi e cura, presenti negli ospedali generali. Il TSO ha una durata di sette giorni, ma può essere prorogato se le condizioni cliniche non risultano ancora sufficientemente ristabilite. È importante chiarire che il TSO non è un provvedimento di custodia, ma uno strumento finalizzato alla cura e al recupero dell’autonomia della persona».

Quindi il TSO viene disposto quando una persona, a causa della sua condizione psichiatrica, può rappresentare un pericolo per se stessa o per gli altri?

«Noi oggi preferiamo non parlare più in termini di “pericolosità”, ma di situazioni acute che compromettono la capacità della persona di agire in modo pienamente libero e autonomo a causa della patologia. In questi casi può rendersi necessario un trattamento immediato in ambiente protetto. Quando, invece, ci troviamo davanti a una situazione di emergenza assoluta legata a comportamenti rischiosi per sé o per gli altri, è possibile intervenire anche per stato di necessità. Ma questo riguarda situazioni eccezionali che esulano dal normale percorso terapeutico».

Ma attualmente i servizi territoriali italiani sono in grado di garantire un’assistenza continua e un monitoraggio adeguato?

«I servizi ci sono. Il nostro sistema è un sistema capillare, con strutture ospedaliere ma anche territoriali, come i Centri di salute mentale e le strutture residenziali per la riabilitazione psichiatrica. È un modello conosciuto anche a livello internazionale. Certo, rispetto al numero reale dei casi esiste ancora un gap: non tutte le situazioni vengono intercettate o seguite con la continuità necessaria. L’ultimo Rapporto sulla salute mentale parla di quasi 850 mila pazienti assistiti dai servizi italiani, un numero molto alto, ma con forti differenze territoriali tra regioni e aree del Paese. I servizi dunque esistono, ma non sono sempre omogenei e avrebbero bisogno di ulteriori risorse. Anche rispetto al panorama europeo, le risorse destinate restano insufficienti. La salute mentale è un bene pubblico e oggi assistiamo a una diffusione importante del disagio psicologico, soprattutto tra i giovani, che negli ultimi anni hanno registrato un aumento significativo delle psicopatologie. Ma anche tra gli anziani esistono condizioni che spesso non vengono affrontate adeguatamente. Detto questo, il nostro sistema è comunque presente e articolato: si va dalla consulenza richiesta dal medico di base fino alla presa in carico multiprofessionale dei pazienti più gravi, attraverso équipe composte da psichiatri, psicologi, infermieri e tecnici della riabilitazione. L’obiettivo è garantire continuità di cura, soprattutto nelle situazioni più severe che impattano sulla vita della persona e della famiglia».

Che cosa possono fare le famiglie quando una persona decide volontariamente di interrompere le cure?

«I familiari devono rivolgersi con fiducia ai servizi, segnalando la situazione e favorendo il riavvicinamento del paziente alle cure. I servizi possono attivarsi attraverso richiami, visite domiciliari e percorsi di ripresa dei contatti terapeutici interrotti. Il supporto alle famiglie è molto importante e in alcuni casi viene garantito attraverso interventi individuali o di gruppo, anche di tipo psicoeducativo. Uno dei temi fondamentali resta però quello di favorire il più possibile il contatto precoce con i servizi, perché sappiamo che quanto più precocemente viene riconosciuto e trattato un disturbo, tanto migliore sarà la prognosi e minori saranno i rischi collegati alla patologia. Uno dei principali ostacoli continua a essere lo stigma: esistono ancora vergogna, diffidenza e la tendenza a tenere nascoste queste situazioni. È un problema culturale che dobbiamo superare sia a livello sociale sia all’interno delle famiglie. Per altre patologie, come quelle oncologiche, si è fatta negli anni una grande campagna di informazione e destigmatizzazione. Per la salute mentale questo percorso è ancora insufficiente. E in questo senso anche i media hanno un ruolo molto importante».

Guardando al futuro, che cosa manca ancora oggi nel sistema di cura della salute mentale in Italia?

«Sicuramente servono maggiori risorse per i servizi di salute mentale e per tutto il percorso della prevenzione. Bisogna investire molto di più sul riconoscimento precoce dei disturbi, coinvolgendo scuole, famiglie e contesti sociali già nelle età più giovani. Occorre poi rafforzare l’integrazione socio-sanitaria, perché il problema non è soltanto sanitario ma riguarda anche il territorio e le reti sociali. Spesso le risorse esistono, ma non dialogano pienamente tra loro. Un maggiore collegamento tra servizi e realtà territoriali sarebbe fondamentale. Infine, c’è il tema dell’informazione e della conoscenza. Combattere lo stigma attraverso una corretta informazione può diventare un elemento decisivo per il futuro della salute mentale nel nostro Paese».