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Il Ramadan è il nono mese del calendario islamico ed è il tempo spiritualmente più intenso per i musulmani. Ricorda la rivelazione del Corano al profeta Maometto ed è segnato dal digiuno dall’alba al tramonto, uno dei cinque pilastri dell’Islam, insieme alla professione di fede, alla preghiera, all’elemosina e al pellegrinaggio alla Mecca.
Durante il Ramadan, che quest’anno cade tra il 17 febbraio e indicativamente tra il 18 e il 19 marzo, secondo il calendario lunare islamico, i fedeli si astengono non solo da cibo e bevande, ma anche da fumo e rapporti sessuali nelle ore diurne. Il digiuno, però, non è un gesto puramente rituale: è un esercizio di disciplina interiore, di conversione del cuore, di attenzione ai poveri. Non a caso il Corano insiste sulla carità e sulla riconciliazione.
La giornata si apre con il suhoor, il pasto prima dell’alba, e si chiude con l’iftar, la cena serale che interrompe il digiuno, spesso condivisa in famiglia o in comunità. Il mese si conclude con la grande festa dell’ʿĪd al-Fiṭr, tempo di gioia, doni e preghiera.
Oggi nel mondo oltre 1,9 miliardi di persone osservano il Ramadan. In Italia i musulmani sono circa 2,8 milioni: non una minoranza invisibile, ma una presenza strutturale del Paese. Comprendere il Ramadan significa dunque comprendere una parte della società in cui viviamo.


«Prendere sul serio il cammino spirituale dell’altro»
«In Italia oggi abbiamo bisogno di crescere nell’inclusione. E questo passa anche dal prendere sul serio il cammino spirituale altrui, con le sue feste e i suoi riti». A dirlo è Derio Olivero, presidente della Commissione Cei per l’ecumenismo e il dialogo, commentando la scelta di alcuni parroci, negli scorsi anni, di aprire oratori e spazi parrocchiali alle comunità musulmane durante il Ramadan. Per Olivero la posta in gioco è chiara: «Essere cristiani vuol dire essere universali. Le polemiche che ciclicamente esplodono intorno a questi gesti rivelano la difficoltà ad accettare un’Italia sempre più plurale. Aprirsi non significa relativizzare la fede, ma rafforzare la propria identità».
Un’esperienza che a Pinerolo ha preso forma nel Gruppo di Amicizia islamo-cristiana, erede della Scuola senza frontiere: un laboratorio quotidiano di convivenza che guarda non solo alle diverse confessioni religiose, ma anche a chi non si riconosce in alcuna fede.
Tovaglie bianche, tè alla menta, spezie, henné sulle mani. E quasi 400 persone sedute insieme. È l’immagine dell’iftar celebrato nell’oratorio di Renate, piccolo comune brianzolo, nell’ultimo venerdì di Ramadan del 2024. Un evento organizzato dall’associazione musulmana La Pace e ospitato dalla parrocchia dei Santi Donato e Carpoforo.


Una scelta che ha acceso polemiche politiche, ma che don Claudio Borghi, parroco del paese, difende senza esitazioni: «Cristiani e musulmani insieme in oratorio non è nulla di strano. Siamo figli di Abramo. Questo è un luogo dai valori cristiani, e proprio per questo è luogo di incontro». Tra i tavoli siedono giovani cresciuti lì. «Non chiamateci di seconda generazione», dice Youssuf, 22 anni. «Siamo figli di Renate di fede islamica». Per molti di loro l’oratorio non è un’eccezione, ma casa.
«Il problema non è l’ospitalità», osserva il parroco, «ma la tiepidezza di chi parla di radici cristiane senza viverle. L’ospitalità è una questione evangelica». Un riferimento esplicito a Fratelli tutti, che qui diventa pratica quotidiana.
Lo stesso nodo è emerso a Pioltello, lo scorso anno, quando l’Istituto comprensivo Iqbal Masih ha deciso di chiudere in occasione della fine del Ramadan. Una scelta deliberata dal consiglio d’istituto, in una scuola dove il 40% degli alunni è musulmano, recuperando il giorno di lezione altrove.
Sul caso è intervenuto Matteo Salvini, parlando di “islamizzazione”, seguito dal ministro Giuseppe Valditara. Ma per Roberto Pagani, responsabile del Servizio ecumenismo e dialogo interreligioso della Diocesi di Milano, la direzione è quella giusta: «Se non scegliamo la strada della conoscenza reciproca, gli integralisti diventiamo noi».
Il preside Alessandro Fanfoni lo dice senza giri di parole: «Non possiamo chiudere gli occhi. Questa festa per molti ragazzi è importante, e viene spesso condivisa anche dai compagni». Nel quartiere di San Siro a Milano, nel 2025 il dialogo prende forma tra adolescenti. Un gruppo dell’oratorio Beata Vergine Addolorata ha visitato la Casa della Cultura Musulmana all’inizio del Ramadan. Non era previsto, ma sono stati proprio i ragazzi musulmani a chiedere di pregare insieme per Papa Francesco.


Accolti dall’imam Mahmoud Asfa e da Shaza Ahamad Ali, cristiani e musulmani hanno condiviso un momento di silenzio e invocazione. «Vogliamo che ciascuno cresca come buon credente», spiega l’educatore Michele Ottonello. «Qui le identità non si annacquano: si incontrano».


Il Ramadan, allora, non è solo un mese islamico. È un banco di prova civile e spirituale anche per i cristiani. Interroga la capacità di stare nella complessità, di abitare una società plurale senza paura, di riconoscere nell’altro non una minaccia, ma una domanda. Come ricorda monsignor Olivero: «Un credente non può restare chiuso in se stesso. Il Dio in cui crede, qualunque nome gli dia, è il massimo dell’apertura».




