Il nome di sant’Agata è legato indissolubilmente alla città di Catania: «Da sempre il suo patrocinio ha ricoperto un “ruolo civile”, quello di modello e di difesa da tutti i mali che possono affliggere il nostro territorio». Sono le parole dell’arcivescovo Luigi Renna nella lettera pastorale di quest’anno – intitolata Sui passi di sant’Agata per rendere ragione della nostra speranza – dedicata proprio alla vergine e martire di cui nel 2026 si celebra il IX centenario della traslazione delle reliquie.

Nel tempo la comunità cittadina ha intrecciato storia, memoria, tradizione e vita quotidiana attorno alla figura della giovane cristiana che continua a essere un riferimento spirituale e identitario. «Durante la persecuzione di Decio nella metà del III secolo dopo Cristo», dice monsignor Renna, la giovane «fu posta davanti al dilemma di rinnegare la sua fede o sacrificare agli idoli; sant’Agata non abiurò. Quando il governatore Quinziano chiese di quale condizione sociale fosse, lei rispose: “Io non sono ingenua, ma sono anche di nobile famiglia, come lo attesta tutta la mia parentela”. Quinziano avvertì l’indignazione di Agata, ma sorpreso soggiunge: “Se attesti di essere libera e nobile, come mai mostri di vivere e di vestire da schiava?”. A questo punto la giovane dichiarò la sua più autentica identità: “Io sono serva di Cristo, per questo mostro di essere schiava”».

Rosario Scalia
Rosario Scalia
La statua di Sant'Agata, patrona di Catania

Il nome Agata, in greco, significa «buona» o «nobile» e infatti la martire è ricordata per l’amore radicale che l’ha legata a Dio, alla Chiesa nascente e alla sua gente. Al rifiuto di cedere ai ricatti e di rinnegare la sua fede seguirono torture tra cui l’amputazione delle mammelle, poi sanate miracolosamente durante la prigionia grazie all’apostolo Pietro, fino al martirio sui carboni ardenti nel 251. Il suo corpo riposa nella cattedrale di Catania.

Il culto di sant’Agata affonda le radici nell’antichità e il legame con i catanesi è così profondo da sembrare un rapporto familiare, come se continuasse a essere una presenza viva in città. «Ci aiuta a fare discernimento su ciò che rende bella la nostra vita», aggiunge l’arcivescovo, «e su chi noi crediamo. La guarigione della mammella grazie alla preghiera di san Pietro è simbolo di tutto ciò che la Chiesa ci dona, quale strumento di salvezza: la Parola di Dio e i sacramenti, in particolare quelli chiamati “di guarigione”: la Riconciliazione e l’Unzione degli infermi. Il sacrificio di Agata, unita a Cristo, è un segno d’amore per la nostra comunità ecclesiale, per la Chiesa tutta».

Il IX centenario della traslazione delle reliquie viene celebrato nel 2026 come un vero e proprio Giubileo agatino che è iniziato l’11 gennaio e prosegue fino al 18 agosto, giorno della dedicazione della cattedrale. Ricorda monsignor Renna: «Il 17 agosto del 1126, secondo quanto riportato nella lettera del vescovo Maurizio in un codice del secolo XV, le reliquie di sant’Agata ritornano a Catania dopo un lungo periodo in cui erano state a Costantinopoli. Sarebbe stato il generale bizantino Maniace a portarle nel 1040 a Costantinopoli e due soldati, il bretone Gisliberto e il calabrese Goselmo, a riconsegnarle alla città».

Ogni anno il periodo del massimo tributo alla santa si articola in sei giornate di festeggiamenti, con al centro il 5 febbraio, ricorrenza del martirio. In vista della festa, dai primi di gennaio tutto si anima di iniziative religiose, culturali, sportive e solidali. Durante le celebrazioni, vie e piazze si riempiono di devoti in “sacco” – la tunica bianca con cordone, berretto nero e guanti candidi – insieme a turisti e ai catanesi emigrati che tornano per l’occasione. Per qualche giorno la città ritrova un senso di unità, mostrando il suo volto più accogliente.

Il 3 febbraio si apre con l’offerta della cera, una processione che parte dalla chiesa di Sant’Agata alla Fornace e giunge alla basilica cattedrale. Ci sono autorità civili e religiose, confraternite, associazioni, le candelore barocche devozionali, le carrozze del senato cittadino.

Un momento della processione in onore di Sant'Agata a Catania
Un momento della processione in onore di Sant'Agata a Catania

Un momento della processione in onore di Sant'Agata a Catania

(ANSA)

Il 4 febbraio, dopo l’uscita dalla sua “cammaredda” – il sacello che custodisce il busto-reliquiario nella cappella della cattedrale – si celebra la Messa dell’aurora e ha inizio il giro esterno sul fercolo argenteo decorato con i fiori. La processione segue le antiche mura e tocca i luoghi del martirio; lì l’arcivescovo rivolge alla città il suo messaggio e vengono rinnovate le promesse battesimali. Il percorso prosegue fino a tardi, raggiungendo le zone esterne antiche e rientrando in cattedrale nelle prime ore del 5 febbraio.

Il giorno della festa liturgica si apre con il solenne pontificale, presieduto da un cardinale e concelebrato dai vescovi siciliani. Nel pomeriggio prende vita il giro interno lungo la via Etnea tra palazzi barocchi e una folla in attesa. La festa si conclude il 6 febbraio con i fuochi di piazza Borgo, la “salita di San Giuliano”, il canto delle monache benedettine di clausura e il rientro in cattedrale con la preghiera di ringraziamento. «Uniti da un’unica fede e sollecitati dalla testimonianza di sant’Agata», conclude il vescovo Renna, riferendosi anche al Cammino sinodale, «siamo invitati a ripensarci come un “noi”, il popolo di Dio che è in Catania, che dà segni di una comunione visibile e reale».