Una celebrazione eucaristica improntata alla gioia in mezzo a un mondo che soffre. Papa Leone, nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù, a ponte Mammolo, quartiere che comprende anche il carcere di Rebibbia spiega in quale contesto bisogna inserire la domenica detta «detta “laetare”, cioè “rallegrati”, dalle parole di Isaia: “Rallegrati, Gerusalemme”».

Il Pontefice parla subito della guerra in corso, dei conflitti «provocati dall’assurda pretesa di risolvere i problemi e le divergenze con la guerra, mentre bisogna dialogare senza tregua per la pace. Qualcuno, poi, pretende addirittura di coinvolgere il nome di Dio in queste scelte di morte, ma Dio non può essere arruolato dalle tenebre».

Dio, invece, viene «a donare luce, speranza e pace all’umanità, ed è la pace che devono cercare quelli che lo invocano». Questo è il messaggio di questa domenica: «al di là di qualsiasi abisso in cui l’uomo possa cadere, a causa dei suoi peccati, Cristo viene a portare un chiarore più forte, capace di liberarlo dalla cecità del male, perché inizi una vita nuova».

Bisogna interrogarsi allora sullo sguardo, su cosa significa «guardare con gli occhi di Dio».

Il Papa, spiegando il Vangelo della domenica, spiega che Gesù guarda il cieco «con amore, non come un essere inferiore o una presenza fastidiosa, ma come una persona cara e bisognosa di aiuto. Così il loro incontro diventa un’occasione perché in tutti si manifesti l’opera di Dio». Con il fango e la saliva ridona la vista, e l’uomo diventa testimone di luce. Ma c’è una fatica e anche una incomprensione. Invece di gioire per la vista ritrovata, attorno all’uomo cresce l’ostilità e non viene difeso neppure dai genitori. «Sembra quasi, assurdamente, che chi gli sta vicino voglia annullare quanto è accaduto. Non solo: nell’interrogatorio a cui è sottoposto il cieco che ora ci vede, chi viene processato è soprattutto Gesù, accusato d’aver violato, per guarirlo, il giorno di sabato».

Qui, allora, appare un’altra cecità. Quella di chi baratta «la possibilità di un incontro salvifico» con una «osservanza legalistica di una disciplina formale». Ma Gesù non si ferma e mostra che «non c’è “sabato” che possa ostacolare un atto d’amore».

E parla anche dell’amore e della luce di Cristo che dispensa la parrocchia, dalla sua costituzione, 90 anni. Una parrocchia che «vive con fedeltà questa missione, con speciale cura delle situazioni di povertà, di emarginazione e di emergenza, con attenzione alla presenza, nel suo territorio, della Casa di reclusione di Rebibbia, e con tanti altri segni si sensibilità e di solidarietà». Il Pontefice si dice al corrente che «aiutate tanti fratelli e sorelle, provenienti da altri Paesi, a inserirsi qui: a imparare la lingua, a trovare una casa dignitosa e a esercitare un lavoro onesto e sicuro. Non mancano le difficoltà, purtroppo talvolta accentuate da chi, senza scrupoli, approfitta della condizione di indigenza dei più deboli per fare i propri interessi. Sono però al corrente di quanto tutti voi vi impegnate a far fronte a queste sfide, attraverso i servizi della Caritas, le Case-famiglia per l’accoglienza di donne e mamme in difficoltà e molte altre iniziative. Così come mi è nota la vitalità e la generosità con cui vi spendete per l’educazione dei giovani e dei ragazzi, con l’oratorio e con altre proposte formative». E incoraggia i parrocchiani a continuare a far crescere «il dono di luce che vi è affidato». Farlo crescere «in voi e tra voi in tutta la sua dolcezza» per diffonderlo «nel mondo, con la preghiera, la frequenza ai Sacramenti e la carità. Continuate ad impegnarvi così nel vostro cammino».