La visita comincia dal cimitero. Laddove la pietà dei lampedusani ha dato sepoltura ad alcuni dei tanti morti in mare, soprattutto bambini. «Una carezza a chi non l’ha avuta nel momento in cui la sua vita finiva» commenta l’arcivescovo Alessandro Damiano che accompagna Leone XIV sui passi di Francesco.

L’ultimo sbarco appena qualche ora prima l’arrivo del Pontefice. Diciassette persone compresi due minori accompagnati subito trasferiti, in modo molto ordinato, dal molo Favaloro, che da oggi, 4 luglio si chiamerà “molo Francesco”, all’hotspot che già ospita 114 persone.

«Sono stato felice di averlo incontrato» dice subito Tareke Brhane, del Comitato 3 ottobre, costituitosi dopo il naufragio del 2013 che costò la vita a 368 persone. Eritreo, fuggito dal suo Paese a 17 anni per evitare il reclutamento obbligatorio a vita, fuggito da torture, respingimenti e sofferenze indicibili, approda in Italia nel 2005. «Al Papa ho detto che è il primo uomo importante ad avere il coraggio di andare al cimitero di Lampedusa a rendere omaggio alle vittime dei naufragi. È davvero una grande uomo».

Tareke Brhane, del comitato 3 ottobre

Ha fatto di tutto per essere al molo. Con lui anche un gruppo di suore che dal 2019 è presenza accogliente per i migranti. «Questo molo, per me è un tabernacolo» spiega suor Angela Comino, dell'Istituto delle Suore Maestre di S. Dorotea che «questo è un po’ il nostro luogo sacro. Appena sbarcano li accompagniamo. Non possiamo fare grandi cose, ma garantiamo quella presenza umana, qul calore di cui hanno bisogno. Arrivano con tante paure e molto disorientamento. La nostra presenza li rassicura. Li accogliamo fisicamente e il nostro tatto, il nostro sorriso li disarma un po’. Non abbiamo un ruolo se non quello di abbracciare e, in questo modo portare loro l’abbraccio di Dio».

Un abbraccio che Leone ha appena portato anche ai morti. I fiori lasciati sulle tombe, come quelli che, nel 2013, papa Francesco lanciò in mare sono il segno di una umanità che non vuole girarsi dall’altra parte. «Anche se, soprattutto dopo il patto sull’immigrazione e l’asilo entrato in vigore dal 12 giugno in tutti i Paesi dell’Unione, è sempre più difficile accompagnare i migranti» aggiunge, Francesca Saccomandi, della Federazione delle Chiese evangeliche e coordinatrice di Mediterranean Hope.

«La burocrazia impone delle domande molto invasive sulla loro condizione. Immaginate cosa significhi, a poche ore dallo sbarco dove raccontare, spesso senza supporto psicologico, le violenze subite, la fatica di viaggi che molte volte durano anche anni, dichiarare le proprie vulnerabilità fisiche. Una legge davvero disumana». Per Saccomandi l’hotspot è «una vera detenzione perché chi è lì non può allontanarsi anche se non ci sono leggi che lo prevedono. Sarebbe stato bello se il Papa fosse entrato per vedere le condizioni di vita e accendere un faro su questo centro».

Centro le cui condizioni sono migliorate da quando la croce rossa lo sta prendendo in carico. Diciannove degli ospiti, tra uomini e donne e un bambino sono sul molo a incontrare Leone. Lui li saluta uno a uno, regala un portachiave per rispetto della loro religione, accarezza le mani, abbraccia. Benedice la targa dedicata a papa Francesco che recita: «Molo papa Francesco, luogo di approdo, speranza e umanità».

«Spero che questa umanità si risvegli», aggiunge Seck Baye Fall, il nome con cui il ragazzo, coordinatore di Ragazzi Baye Fall di Lampedusa, vuole essere chiamato, «perché il problema è il colore della pelle. Quando i vostri bisnonni venivano nel mio Continente a deportarci come schivi andava bene. Oggi che noi giovani vogliamo venire da voi per costruire un nostro futuro ce lo impedite. Chi è bianco può viaggiare e spostarsi, noi di pelle nera, se ci spostiamo siamo considerati dei delinquenti e dei criminali. Persone che rubano il lavoro. Ma quale lavoro? Quale bianco si sporca con la terra per raccogliere i pomodori, per lavorare nelle nell’agricoltura, per fare lavori pesanti? Questo è il lavoro che rubiamo?».

Partito dal suo Paese nel 2014, era sopravvissuto a due anni di prigionia in Libia e a una traversata in mare dove gli scafisti lo avevano costretto a guidare l’imbarcazione. Per questo motivo era stato arrestato e ha scontato una condanna come “timoniere” prima di essere rilasciato e potersi dedicare ad aiutare e accogliere i migranti che arrivano sull'isola.

Papa Leone è venuto a raccogliere questo dolore. Alla Porta d’Europa, con la nave San Giusto che pattuglia il mare, poggia la mano sull’opera di Mimmo Paladino. Prende per mano due bambini, incontra le famiglie salvate e quelle che hanno adottato i piccoli rimasti senza genitori. Si arrampica sulla casamatta dove sventolano le bandiere italiana ed europea. Scruta il mare che guarda verso la Libia, saluta i militari della Guardia di Finanza, della Marina e della Guardia costiera che sono sulle navi e guarda. Guarda le onde che solo nei primi sei mesi di quest’anno hanno inghiottito oltre 800 persone.

Un bambino gli regala un pallone, lo stesso che aveva ricevuto dieci anni fa e che gli aveva riportato il sorriso. Il Papa ascolta e ringrazia tutta la cittadinanza. Poi spiega: «Il fatto che abbiate voluto intitolare il Molo Favaloro a Papa Francesco è segno del legame che il mio Predecessore ha stabilito con la vostra comunità e con i fratelli e le sorelle migranti: il Papa vi è stato vicino in questo tempo per voi molto impegnativo. E oggi sono qui per dirvi che il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia. Non sono venuto a fare discorsi, ma a celebrare l’Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi. Il gesto di Gesù che spezza il pane per donare Sé stesso dà senso e forza ai nostri gesti quotidiani di assistenza e di condivisione. Sì, questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore. Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, per tutti».