«Cercate il cibo che non perisce». Papa Leone rilancia il monito del Vangelo contro una fede da «consumatori». Nell’omelia della messa che celebra nella spianata di Saurimo, in Angola, il Pontefice spiega il capitolo sei del Vangelo di Giovanni, con la folla che segue Gesù dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci.

La folla lo segue, ma il Signore non si lascia illudere. Legge nel cuore e smaschera la radice di quel cercarlo: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati». È l’accusa più sottile, quella che colpisce una religiosità ridotta a transazione commerciale: Dio diventa utile, un erogatore di servizi, un «santone» o un «portafortuna». «Se Egli non desse loro qualcosa da mangiare, i suoi gesti e i suoi insegnamenti non interesserebbero», sottolinea Leone. E anche a noi viene chiesto quante volte cerchiamo Gesù per le ragioni sbagliate? Non una semplice esortazione spirituale, ma un vero e proprio esame di coscienza collettivo.

E, spiega il Pontefice, quando alla fede autentica si sostituisce un «commercio superstizioso», persino i doni di Dio vengono fraintesi «proprio da chi li riceve», perché «diventano una pretesa, un premio o un ricatto». Il rischio è quello di una fede da consumatori, che non ama la persona di Cristo ma i suoi benefici. «Il Signore vede nel nostro cuore e ci chiede se lo cerchiamo per gratitudine o per interesse, per calcolo o per amore», sottolinea Leone. «Le sue parole rivelano i progetti di chi non desidera l’incontro con una persona, ma il consumo di oggetti».

Dio, però, non respinge questa ricerca immatura. Al contrario, la provoca, la educa, la converte. Gesù non caccia via la folla, ma la invita a «darsi da fare per il cibo che rimane per la vita eterna». «Non caccia via la folla», spiega il Papa, «ma invita tutti a esaminare cosa palpita nel nostro cuore. Cristo ci chiama a libertà: non vuole servi o clienti, ma cerca fratelli e sorelle cui dedicarsi con tutto sé stesso. Per corrispondere con fede a questo amore, non basta sentir parlare di Gesù: occorre accogliere il senso delle sue parole. Non basta nemmeno vedere quello che Gesù fa: occorre seguire e imitare la sua iniziativa. Quando nel segno del pane condiviso vediamo la volontà del Salvatore, che dà sé stesso per noi, allora ci avviciniamo all’incontro vero con Gesù, che diventa sequela, missione e vita».

E con le parole «darsi da fare per il cibo che rimane», non vuole intendere il disprezzo «per il pane quotidiano, che anzi moltiplica in abbondanza e insegna a chiedere nella preghiera». Vuole invece educarci a cercare «il pane della vita, cibo che ci sostiene per sempre. Il desiderio della folla trova così una risposta ancor più grande e sorprendente: Gesù non ci dà un cibo che finisce, ma un pane che non ci fa finire, perché è cibo di vita eterna».

Un dono che illumina il presente: «Oggi vediamo, infatti, che molti desideri della gente sono frustrati dai violenti, sfruttati dai prepotenti e ingannati dalla ricchezza. Quando l’ingiustizia corrompe i cuori, il pane di tutti diventa possesso di pochi. Davanti a questi mali, Cristo ascolta il grido dei popoli e rinnova la nostra storia: da ogni caduta ci rialza, in ogni sofferenza ci conforta, nella missione ci incoraggia. Come il pane vivo che sempre ci dà, l’Eucaristia, così la sua storia non conosce fine, e perciò toglie la fine, cioè la morte, dalla nostra storia, che il Risorto apre con la forza del suo Spirito». La risurrezione di Cristo «è l’annuncio che trasforma il peccato in perdono. Questa è la fede che salva la vita!». E «ogni forma di oppressione, violenza, sfruttamento e menzogna nega la risurrezione di Cristo, dono supremo della nostra libertà. Questa liberazione dal male e dalla morte, infatti, non accade soltanto alla fine dei giorni, ma nella storia di tutti i giorni».

Per accogliere questo dono occorre seguire la parola di Dio: «è il Signore a tracciare la via per questo cammino, non le nostre urgenze, né le mode del momento. Perciò, alla sequela di Gesù, il cammino ecclesiale è sempre un “sinodo della risurrezione e della speranza”, come affermava san Giovanni Paolo II nella sua Esortazione apostolica per l’Africa: proseguiamo in questa sapiente direzione!». E, «condividendo l’Eucaristia, pane di vita eterna, siamo chiamati a servire il nostro popolo con una dedizione che solleva da ogni caduta, che ricostruisce quanto la violenza rovina e condivide con gioia i legami fraterni. Attraverso di noi, l’intraprendenza della grazia divina porta buoni frutti soprattutto nelle avversità, come mostra l’esempio del protomartire Stefano»

Perché chi crede in Cristo non può accettare passivamente le ingiustizie. Anzi, la fede diventa impegno a rendere il pane di tutti e a trasformare il peccato in perdono. La Chiesa in Angola, conclude il Pontefice, «cresce secondo quella fecondità spirituale che inizia dall’Eucaristia e prosegue nella cura integrale di ciascuna persona e di tutto il popolo. In particolare, la vitalità delle vocazioni che sperimentate è segno della corrispondenza al dono del Signore, sempre abbondante per chi lo accoglie con cuore puro. Grazie al Pane di vita nuova, che oggi condividiamo, possiamo proseguire nel cammino di tutta la Chiesa, che ha per meta il Regno di Dio, per luce la fede e per anima la carità».