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Pope Leo XIV looks on as he celebrates Christmas Eve Mass in St. Peter's Basilica at the Vatican, December 24, 2025. REUTERS/Guglielmo Mangiapane
«Basterà l’amore a cambiare la storia?». Nella notte di Natale papa Leone, in una basilica gremita nonostante la pioggia e il freddo, si interroga sul significato della nascita di Gesù. Su quell’ «economia distorta» che «induce a trattare gli uomini come merce» mentre «Dio si fa simile a noi, rivelando l’infinita dignità di ogni persona». Spiega, il Pontefice, che «mentre l’uomo vuole diventare Dio per dominare sul prossimo, Dio vuole diventare uomo per liberarci da ogni schiavitù».
Seimila fedeli sono in basilica, quasi altrettanti fuori che seguono dai maxischermi. Il Papa, a sorpresa, prima della celebrazione, li saluta in inglese e in italiano e spiega che l’interno, sfortunatamente, non è così ampio per accoglierli tutti. Li ringrazia per la presenza, nonostante il cattivo tempo e li benedice.
Molti dei presenti hanno ancora negli occhi le immagini di un anno fa. Papa Francesco già sofferente che, in carrozzina, apriva la Porta Santa. Che spalancava il cuore alla speranza, nonostante il buio, le guerre, le incertezze. Lo ricorda anche papa Leone riprendendo le parole del suo predecessore per l’omelia del 24 dicembre del 2024, e augurandosi che «il Natale di Gesù ravviva in noi “il dono e l’impegno di portare speranza là dove è stata perduta”, perché “con Lui fiorisce la gioia, con Lui la vita cambia, con Lui la speranza non delude”». Iniziava l’Anno Santo e ora «che il Giubileo si avvia al suo compimento, il Natale», dice Prevost, «è per noi tempo di gratitudine e di missione. Gratitudine per il dono ricevuto, missione per testimoniarlo al mondo».
Un mondo che, ancora oggi, rifiuta e accantona. Che non si fa illuminare dalla venuta di Cristo, che non riconosce il progetto d’amore insito nella creazione. «Finché la notte dell’errore oscura questa provvidenziale verità, allora», dice Leone prendendo a prestito le parole di Benedetto XVI, «non c’è neppure spazio per gli altri, per i bambini, per i poveri, per gli stranieri». Parole che ci dicono che sulla terra «non c’è spazio per Dio se non c’è spazio per l’uomo: non accogliere l’uno significa non accogliere l’altro. Invece là dove c’è posto per l’uomo, c’è posto per Dio: allora una stalla può diventare più sacra di un tempio e il grembo della Vergine Maria è l’arca della nuova alleanza».
Il Bambinello, “svelato” dal Papa accompagnato da dieci bambini, e che alla fine della celebrazione viene deposto nel presepe della basilica di San Pietro, ricorda le ferite di oggi. Dall’Ucraina, dal Mozambico, dalla Corea del Sud, dall’India, dal Paraguay, dalla Polonia, i piccoli, con i fiori in mano e gli abiti tradizionali dei loro Paesi, sono specchio di quel Piccolo indifeso che ha salvato il mondo. Un bimbo avvolto nelle fasce, una grande luce che rischiara le tenebre. «Per millenni, in ogni parte della terra, i popoli hanno scrutato il cielo dando nomi e forme a stelle mute», spiega Leone, «nella loro fantasia, vi leggevano gli eventi del futuro cercando in alto, tra gli astri, la verità che mancava in basso, tra le case. Come a tentoni, in quel buio restavano però confusi dai loro stessi oracoli. In questa notte, invece», come scrive Isaia, «il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse».
Il bambino è «l’astro che sorprende il mondo, una scintilla appena accesa e divampante di vita». E, «alla sua luce l’intera umanità vede l’aurora di una esistenza nuova ed eterna».
La traccia di un mondo nuovo non dobbiamo cercarla in alto, tra gli astri, ma «chinando il capo, nella stalla accanto. Il chiaro segno dato al mondo buio è infatti “un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. Per trovare il Salvatore, non bisogna guardare in alto, ma contemplare in basso: l’onnipotenza di Dio rifulge nell’impotenza di un neonato; l’eloquenza del Verbo eterno risuona nel primo vagito di un infante; la santità dello Spirito brilla in quel corpicino appena lavato e avvolto in fasce. È divino il bisogno di cura e di calore, che il Figlio del Padre condivide nella storia con tutti i suoi fratelli. La luce divina che si irradia da questo Bambino ci aiuta a vedere l’uomo in ogni vita nascente».
E allora l’invito del Papa è ad ammirare «la sapienza del Natale. Nel bambino Gesù, Dio dà al mondo una vita nuova: la sua, per tutti. Non un’idea risolutiva per ogni problema, ma una storia d’amore che ci coinvolge. Davanti alle attese dei popoli Egli manda un infante, perché sia parola di speranza; davanti al dolore dei miseri Egli manda un inerme, perché sia forza per rialzarsi; davanti alla violenza e alla sopraffazione Egli accende una luce gentile che illumina di salvezza tutti i figli di questo mondo».




