Lc 13,31-35 - Giovedì della XXX Settimana del Tempo Ordinario – Anno Pari

La festa dei santi Simone e Giuda ci consegna una pagina di Vangelo che comincia nel silenzio. Gesù trascorre la notte in preghiera e, quando viene giorno, chiama i suoi discepoli e li sceglie uno a uno. Non li convoca come una folla anonima, ma li chiama per nome. Questo dettaglio ha un significato preciso: agli occhi di Dio nessuno è intercambiabile.

Noi siamo abituati a un mondo in cui chiunque può essere sostituito, in cui spesso il valore di una persona coincide con la funzione che svolge. Ma per Dio non siamo numeri, ruoli o prestazioni. Ciascuno è una storia unica, una possibilità di bene che nessun altro può realizzare nello stesso modo. Essere chiamati per nome significa sapere che la nostra vita non è un incidente, ma una responsabilità affidata proprio a noi. E questa chiamata non cancella la libertà.

Tra i Dodici c'è anche Giuda Iscariota, colui che tradirà Gesù. Il Signore lo sceglie sapendo che amare qualcuno significa anche esporsi al rischio del suo rifiuto. Dio non ci tratta come marionette da manovrare, ma come persone a cui affidare una fiducia vera, persino quando possiamo tradirla. Poi il Vangelo si conclude con una scena specifica: una folla cerca di toccare Gesù, perché da lui esce una forza che guarisce tutti. La fede non è soltanto sapere qualcosa su Gesù, ma lasciarsi toccare da Lui.

Perché il Dio che conosce il nostro nome è anche il Dio che non ha paura di toccarci nella nostra parte più indegna, più fragile, più sporca, più peccatrice. Dio chiama e tocca. È tutta qui la fede cristiana: una chiamata e un’esperienza.