PHOTO
Mc 6,34-44 - Feria propria del 9 gennaio
Avere fede significa credere che Gesù il figlio di Dio, eppure nella pagina del Vangelo di oggi viene raccontata una storia che molto spesso corrisponde ad alcune esperienze che facciamo anche noi dentro la nostra vita. Infatti, finché Gesù è per noi un buon esempio, una brava persona, un maestro che sa parlare bene, un taumaturgo efficace che sa guarire le malattie, per noi è quasi facile fidarci di lui e credergli.
Ma quando egli mostra di essere molto di più di tutte queste cose messe insieme, cioè mostra di essere il figlio di Dio, questa cosa ci spaventa. Questo sta significare che noi crediamo in qualcosa ma non ci crediamo fino in fondo perché siamo spaventati dall’idea che sia veramente tutto vero. E allora se tutto è vero noi dovremmo riprendere le misure della nostra esistenza, dovremmo cominciare a fidarci in una maniera nuova, dovremmo accettare che la vera fede è sapere di essere discepoli di Qualcuno che è più forte del vento contrario, delle tempeste, delle tribolazioni di questa vita.
Ecco perché le tre parole pronunciate da Gesù sono un programma esistenziale: «Coraggio, sono io, non temete!». Innanzitutto, il coraggio, che è la capacità di saper affrontare le cose senza soccombere ad esse. Secondo poi saper riconoscere in Gesù qualcosa che è più grande dei nostri ragionamenti, dei nostri calcoli, delle nostre logiche. Infine smettere di far comandare la paura perché molto spesso la nostra vita è condizionata da mille paure che ci sballottolato a destra e a manca. Affrontare, credere, disobbedire alla paura. Questa è la lezione che imparano ai discepoli oggi e che ciascuno di noi dovrebbe imparare a sua volta.




