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Mt 28,8-15 - Lunedì fra l’Ottava di Pasqua
Le protagoniste della Pasqua sono le donne. A loro Gesù affida il compito di annunciare agli altri, alla Chiesa, agli Apostoli, che Egli è risorto. Non è una scelta casuale. È una scelta precisa, così come lo è stata quella di Maria: Dio si affida a chi sa accogliere e donare. C’è, in questa scelta, una logica profonda: chi sa accogliere la vita è anche capace di annunciarla. Ma, come accade sempre nel Vangelo, il privilegio di essere i primi non è mai un possesso da trattenere. È una responsabilità. È perché l’annuncio arrivi più lontano, non perché resti chiuso.
E allora la domanda diventa inevitabile: noi annunciamo ancora il Vangelo? Oppure rischiamo di trattenere la Pasqua dentro riti, tradizioni, abitudini, senza che diventi una parola viva? Rischiamo di relegarla su una tavola imbandita, dentro una celebrazione, o peggio ancora dentro una coscienza che non ha più il coraggio di dire ad alta voce ciò che crede. Lo stesso Vangelo di Matteo ci mette in guardia: una notizia come la risurrezione è troppo grande per essere accolta senza resistenze.
Il racconto dice che si arriva perfino a pagare per diffondere una versione alternativa, pur di negarla. È un dato realistico: il mondo fatica a sopportare una verità che cambia tutto. L’annuncio della risurrezione è sempre esposto al rischio di essere messo da parte, ridotto, svuotato. Ma forse il pericolo più grande non è l’opposizione esterna. È la nostra indifferenza. Perché ciò che non viene annunciato, lentamente si spegne. E ciò che non viene testimoniato, perde forza.
La Pasqua, invece, chiede voce. Chiede coraggio. Chiede vita. Non è un ricordo da custodire, ma una notizia da gridare a squarcia gola. E ciascuno di noi è chiamato a diventarne testimone.





