Mt 28,1-10 - Sabato Santo

L’immensa distesa di silenzio del Sabato Santo è la più grande preparazione alla Pasqua. È un tempo sospeso, apparentemente vuoto, in cui tutto sembra fermo. Le donne si preparano con i loro unguenti per prendersi cura di un cadavere, ignare dell’incontro che avranno con il Risorto.

Eppure il senso del Sabato Santo non è semplicemente quello di dismettere il Calvario o preparare il sepolcro vuoto. È, piuttosto, un tempo necessario. Un tempo di silenzio, di attesa, di raccoglimento. Un tempo che somiglia a quel momento che ognuno di noi dovrebbe concedersi prima di una scelta importante. È la quiete che permette il discernimento. È lo spazio in cui le cose maturano. Senza questo passaggio, rischiamo di vivere tutto in modo superficiale, senza profondità.

Forse non gustiamo davvero la Pasqua proprio perché non sappiamo vivere il Sabato Santo. Non sappiamo fermarci, non sappiamo respirare, non sappiamo stare in silenzio. Siamo continuamente proiettati altrove, incapaci di abitare il presente, incapaci di sostare dentro ciò che accade. Eppure è proprio lì, nel silenzio, che qualcosa si prepara. È lì che Dio opera in modo nascosto. Il Sabato Santo non è un tempo vuoto: è un tempo fecondo, anche se invisibile.

Aveva ragione Pascal: «Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una stanza» (Pensieri, n. 139). Senza silenzio non c’è profondità, senza attesa non c’è vera rinascita. Il Sabato Santo ci educa a questo: a non avere paura del vuoto, a non fuggire il silenzio, a lasciare che la vita maturi anche quando non vediamo nulla. Perché è proprio da questo silenzio che nasce la Pasqua.

Epicoco, Gesù veramente