Lc 7,36-50 - Giovedì della XXIV Settimana del Tempo Ordinario

Che grande fortuna riuscire a invitare Gesù a cena! Ma siamo certi che avere Gesù così vicino significhi automaticamente comprendere il suo insegnamento? La vicenda di Simone il fariseo ci dimostra esattamente il contrario: possiamo avere il privilegio di avere Cristo in casa e, nello stesso tempo, non lasciarci minimamente toccare dalla sua presenza. Possiamo frequentare le cose di Dio, ascoltare la sua Parola, partecipare alla liturgia, pregare, eppure rimanere interiormente impermeabili.

La vicinanza esteriore a Gesù non coincide necessariamente con una vera relazione con Lui. La donna peccatrice, invece, sembra essere nella condizione peggiore. Non ha una vita irreprensibile da mostrare, non può nascondersi dietro una rispettabilità religiosa. E proprio per questo porta davanti a Gesù l'unica cosa che possiede veramente: se stessa. Questa donna sa fare ciò che Simone sembra non saper fare più: essere sincera, piangere, pentirsi, amare. Forse dovremmo fermarci su ciascuno di questi verbi.

Essere sinceri significa smettere di recitare davanti a Dio. Piangere significa permettere al cuore di essere ancora toccato dal bene e dal male che abbiamo compiuto. Pentirsi significa non rassegnarsi ai propri errori, ma credere che possiamo ancora cambiare. Amare significa trasformare il pentimento in qualcosa di concreto. Il vero problema di Simone non è la sua correttezza. Essere giusti non è certamente un difetto. Il problema comincia quando la nostra correttezza diventa una corazza che ci impedisce di riconoscere la verità su noi stessi e ci autorizza a giudicare gli altri. La donna non ha nulla da difendere e proprio per questo può lasciarsi salvare. Simone, invece, sembra così occupato a giudicare lei da non accorgersi di ciò che manca a lui.

Giovedì 17 settembre 2026 – (Giovedì della XXIV Settimana del Tempo Ordinario – Anno Pari)