Gv 18,1-19,42 - Venerdì Santo «Passione del Signore»

C’è qualcosa nel buio del Venerdì Santo che supera perfino l’oscurità del cielo, quando, come racconta il Vangelo, si fa tenebra su tutta la terra da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. È il buio dell’abbandono. Il buio degli amici che lasciano Gesù solo. È la solitudine di Cristo. È il buio del dolore fisico, delle umiliazioni, dell’ingiustizia subita. È il buio di una morte terribile sulla croce.

Tutto sembra parlare di fallimento, di perdita, di assenza. Eppure, se si fissa davvero questo buio, ci si accorge che non è privo di luce. Ci sono dei bagliori, discreti ma reali. È vero, nessuno salva Gesù dalla morte. Ma alcuni non lo abbandonano. Rimangono. Giovanni ci racconta che sotto la croce ci sono Maria, il discepolo amato e alcune donne. Non possono cambiare il corso degli eventi, ma ci sono. E poi, dopo la morte, Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo si prendono cura del suo corpo. Anche lì, dove tutto sembra finito, c’è qualcuno che compie un gesto di amore.

Questo dice qualcosa di importante anche per noi. A volte entriamo nel Venerdì Santo della vita di qualcuno. Non come protagonisti, non con la possibilità di risolvere tutto. Forse non possiamo salvare, non possiamo togliere il dolore, non possiamo cambiare le circostanze, ma possiamo esserci. Possiamo diventare una piccola consolazione, un punto di appoggio, una presenza fedele, uno spiraglio di tenerezza proprio quando tutto sembra crollare.

È così che si attraversa il Venerdì Santo: grazie alla gratuità di qualcuno che resta. Non servono gesti eroici, ma una presenza affidabile. Dio, spesso, si nasconde proprio in queste presenze silenziose, in questi volti che sembrano secondari e invece sono essenziali. È lì che la luce continua a brillare, anche dentro il buio più fitto.

Epicoco, Gesù veramente