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Mt 11,28-30 - Giovedì della XV Settimana del Tempo Ordinario
La fatica e l'oppressione che molto spesso proviamo nascono dal fatto che tentiamo di portare tutto il peso della vita da soli sulle nostre spalle. Pensiamo che essere forti significhi non avere bisogno di nessuno, riuscire a controllare tutto, affrontare ogni cosa contando unicamente sulle nostre capacità. Ma prima o poi questo modo di vivere ci sfinisce.
Credere non significa semplicemente avere la convinzione che Dio esista. Significa permettere a Gesù di entrare concretamente nella nostra vita e lasciare che Egli porti insieme con noi il peso di ciò che stiamo vivendo. È questo il senso delle parole del Vangelo di oggi: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro». Quando sai che nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, nei momenti luminosi e in quelli più difficili, puoi contare sulle spalle di Qualcuno, allora tutto diventa più sopportabile, più umano. Il peso rimane, ma cambia il modo di portarlo.
È questa, in fondo, la logica dell'Incarnazione. Dio non è rimasto lontano dalla nostra storia, ma vi è entrato. Ha assunto la nostra carne, le nostre fatiche, le nostre lacrime, persino la nostra morte. In Gesù, Dio ha deciso di condividere fino in fondo il peso dell'esistenza umana. Per questo l'umiltà e la mitezza di cui parla il Vangelo non sono atteggiamenti di debolezza. Essere umili significa smettere di pensare di dovercela fare sempre da soli. Essere miti significa rinunciare all'illusione di controllare tutto e imparare ad affidarsi. Forse il vero ristoro che Gesù ci offre consiste proprio in questo: poter finalmente deporre il peso della nostra vita sulle sue spalle. La fede comincia quando smettiamo di portare tutto da soli e permettiamo a Cristo di camminare con noi.
Giovedì 16 luglio 2026 – (Giovedì della XV Settimana del Tempo Ordinario – Anno Pari)





