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Stasera ad Atlanta il tetto dello stadio si chiuderà sopra due squadre che non giocano soltanto una semifinale mondiale. Alle 21, ora italiana, quando Kane e Messi si stringeranno la mano al centro del campo, sugli spalti sventoleranno insieme le bandiere azzurro-celesti dell'Argentina e i tre leoni d'Inghilterra, e in mezzo, invisibile ma pesante come una pietra, ci sarà un arcipelago di 12mila chilometri quadrati che gli inglesi chiamano Falkland e gli argentini Malvinas. Non è un dettaglio da cronisti in cerca di colore: è il motivo per cui questa partita, la seconda semifinale del Mondiale 2026, viene definita da settimane «la partita» per eccellenza, quella che riporta in campo, sotto forma di un pallone, una guerra vera, combattuta quarantaquattro anni fa e mai davvero conclusa nelle coscienze.


Bisogna partire da lì, da quelle isole ventose e spopolate nell'Atlantico del Sud dove vivono poco più di 3.500 persone, quasi tutte di origine britannica. Il 2 aprile 1982 l'esercito argentino le invase, dando avvio a una guerra durata 74 giorni e costata la vita a 650 militari argentini e 255 britannici. Fu l'ultimo atto di una contesa che affonda le radici nel Settecento, quando sulle isole si alternarono insediamenti francesi, spagnoli, britannici e argentini, e che l'Argentina rivendica fin dall'inizio dell'Ottocento sulla base della vicinanza geografica, appena 500 chilometri dalle coste sudamericane, contro i dodicimila che separano l'arcipelago dal Regno Unito, e di un'eredità coloniale spagnola mai riconosciuta da Londra. I britannici vi si insediarono stabilmente dal 1765, a Port Egmont, e nel 1833 ne presero il controllo con un'azione militare che gli argentini non hanno mai smesso di considerare un'usurpazione.
A far precipitare la crisi, nel 1982, fu la giunta militare guidata da Leopoldo Galtieri: un regime dittatoriale logorato da una crisi economica devastante e da un dissenso interno crescente, che scelse la via della guerra per rilanciare il proprio consenso puntando sul nazionalismo. Dall'altra parte trovò un'avversaria che nessuno, a Buenos Aires, aveva messo in conto fino in fondo: Margaret Thatcher, anche lei alle prese con un consenso in calo, anche lei pronta a trasformare la crisi in un'occasione di rilancio politico.
Lo storico Alessandro Barbero, che ha dedicato a questo conflitto uno dei suoi racconti più seguiti, lo definisce un caso più unico che raro: l'unica guerra combattuta dal 1945 a oggi tra due paesi occidentali, capitalisti, entrambi alleati degli Stati Uniti. Una guerra fredda che per due mesi, nell'Atlantico del Sud, diventò guerra calda, con le portaerei britanniche Hermes e Invincible salpate da Portsmouth verso un arcipelago che pochi, a Londra, avrebbero saputo indicare su una carta geografica.


Vinse il Regno Unito, in modo netto: il 14 giugno l'Argentina si arrese. Ma fu una vittoria che cambiò la storia di entrambi i paesi in direzioni opposte. A Londra rafforzò Thatcher, che l'anno successivo vinse le elezioni con un margine enorme, consolidando quella stagione conservatrice che avrebbe segnato il decennio. A Buenos Aires, al contrario, la sconfitta militare accelerò il crollo della dittatura e aprì la strada alla transizione democratica del 1983. È un paradosso che la storiografia conosce bene: la stessa guerra che umiliò l'Argentina sul campo la liberò, indirettamente, dai suoi generali.
Ma è ciò che accadde dopo a spiegare perché, oggi, non basti dire che si tratta soltanto di una semifinale di calcio. In Argentina la ferita delle Malvinas non si è mai rimarginata: è entrata nella Costituzione del 1994, che definisce il recupero delle isole «obiettivo permanente e irrinunciabile del popolo argentino»; è finita sulla banconota da 50 pesos, che raffigura l'arcipelago come suolo della patria; ha dato il nome a centinaia di strade in tutto il paese; ha un proprio museo a Buenos Aires, voluto da Cristina Kirchner, che negli anni della sua presidenza fece delle Malvinas uno dei simboli più potenti del nazionalismo peronista, facendosi fotografare più volte con lo slogan «Las Malvinas son argentinas». Ogni 2 aprile, anniversario dell'invasione, le scuole argentine cantano inni patriottici. È, come ha raccontato Il Post citando un'analisi internazionale, una delle poche cose capaci di unire un paese profondamente diviso, «come la nazionale di calcio».
Dall'altra parte dell'oceano, gli abitanti delle isole hanno risposto nel modo più diretto possibile: nel 2013 un referendum ha chiesto loro se volessero restare un territorio britannico d'oltremare. Il 98,8 per cento ha votato sì. Per Londra, quella cifra chiude ogni discussione: l'autodeterminazione dei popoli, non la geografia, decide la sovranità.


È dentro questa cornice, fatta di lutti mai elaborati e di identità nazionali costruite anche attraverso una sconfitta, che stasera scenderanno in campo Tuchel e Scaloni.
Non è la prima volta che Inghilterra e Argentina si affrontano portandosi dietro la Storia con la maiuscola: nel 1986, in Messico, ai quarti di finale, fu Diego Maradona a scrivere la pagina più citata di questa rivalità, con la «Mano de Dios» e il «Gol del secolo» nella stessa partita, giocata quattro anni esatti dopo la fine della guerra.


Da allora i precedenti mondiali si sono rincorsi, il pareggio ai rigori del 1998, i due successi inglesi del 1962 e del 2002, costruendo attorno a questa sfida un immaginario che va ben oltre il campo. Anche in questi giorni la vigilia non è stata solo tattica: nelle scorse settimane sono circolate polemiche per cori intonati dai tifosi argentini sulle Malvinas, mentre l'Fbi ha classificato l'incontro di stasera come evento «ad alto rischio», rafforzando la sicurezza ad Atlanta in vista dell'arrivo di circa trentamila tifosi per ciascuna delle due nazionali.
Sarebbe ingeneroso ridurre tutto questo a un pretesto propagandistico. C'è, in realtà, qualcosa di più umano e più antico: il bisogno, comune a molti popoli feriti dalla storia, di trovare nello sport un terreno dove la rivincita è possibile, dove il torto subito può almeno per novanta minuti essere raddrizzato senza spargere altro sangue. Non è un caso che Scaloni e i suoi giocatori abbiano più volte, in queste settimane di Mondiale, dovuto rispondere a domande che di calcistico avevano ben poco. E non è un caso che la stampa argentina racconti questa semifinale come l'occasione per «vincere ciò che le armi non permisero», mentre quella inglese la inquadra, più semplicemente, come un'altra tappa della propria caccia a un trofeo che manca dal 1966.
Resta il calcio, naturalmente, con la sua logica autonoma: l'Argentina di Messi e Julián Álvarez insegue la sua terza finale mondiale in quattro edizioni, un traguardo che nella storia del torneo hanno raggiunto solo Brasile e Germania; l'Inghilterra di Tuchel, con Bellingham e Kane, cerca invece l'accesso a un atto conclusivo che sfugge alla nazionale britannica dal trionfo casalingo di quasi sessant'anni fa. Chi vince affronterà domenica la Spagna, che ha travolto 2-0 la Francia nell'altra semifinale. Ma difficilmente, questa sera, il racconto della partita potrà restare confinato agli schemi tattici. Le Falkland-Malvinas non si vincono né si perdono su un campo da calcio: restano lì, isolate e contese, indifferenti al risultato. Eppure per due nazioni che hanno costruito parte della propria identità attorno a quella guerra, il fischio d'inizio di stasera racconterà, ancora una volta, molto più di novanta minuti.


Dove vedere Inghilterra-Argentina
La semifinale è in programma alle 21 (ora italiana) al Mercedes-Benz Stadium di Atlanta. L'incontro sarà visibile in chiaro su Rai 1 e in streaming gratuito su RaiPlay, oltre che su DAZN per gli abbonati, con diretta anche sull'app del servizio streaming. La telecronaca Rai sarà affidata ad Alberto Rimedio e Daniele Adani. Chi vince affronterà la Spagna domenica 19 luglio, nella finale del Mondiale 2026.









