Ci sono libri che nascono da una curiosità giornalistica e, pagina dopo pagina, diventano un pellegrinaggio dell’anima. Come germoglio nella steppa. Gesù in Mongolia di Marie-Lucile Kubacki (Queriniana, 2026), con la prefazione del giovane cardinale Giorgio Marengo, appartiene a questa rara categoria. Giornalista vaticanista del settimanale francese La Vie approdata all’agenzia Fides, l’autrice parte da una domanda: perché papa Francesco ha scelto come cardinale il pastore di una comunità di millecinquecento cattolici, meno dello 0,1 per cento della popolazione mongola?

La risposta prende la forma di un reportage limpido e partecipe, nato da due viaggi compiuti nel 2023: il primo durante la Settimana santa e la Pasqua, il secondo in occasione della visita di Francesco. Kubacki accompagna Marengo, prefetto apostolico di Ulan Bator, nelle visite pastorali e attraversa distese in cui il silenzio sembra avere una voce. La Mongolia non è uno sfondo esotico: è un punto di osservazione sul futuro del cristianesimo e uno specchio nel quale le Chiese europee possono riconoscere le proprie stanchezze.

In Occidente la diminuzione dei fedeli e delle vocazioni produce spesso paura e irrigidimenti identitari. In Mongolia, dove la Chiesa cattolica è rinata soltanto nel 1992, l’essere minoranza diventa un invito all’essenzialità. C’è una comunità piccola e viva, nella quale la fede nasce dall’incontro e si misura nella capacità di creare legami.

Marie-Lucile Kubacki de Guitaut.
Marie-Lucile Kubacki de Guitaut.

 

Marie-Lucile Kubacki de Guitaut.

Il maggior pregio del libro è la galleria di persone concrete che ne abita le pagine. Ci sono i missionari, i bambini che negli anni Novanta cercavano riparo dal gelo nei tunnel sotterranei di Ulaanbaatar, le donne diventate catechiste e pietre angolari della giovane Chiesa mongola. la cronista Kubacki ne raccoglie le parole e sa ascoltarne i silenzi, evitando sentimentalismo ed enfasi.

Tra le storie più commoventi c’è quella di Tsetsegee, anziana madre di tredici figli, che in una discarica di Darkhan trova una statuetta avvolta in un panno. Non conosce la donna raffigurata e la porta nella propria ger, l’abitazione tradizionale mongola. Alcune suore di Madre Teresa le spiegano che si tratta della Madonna. La statua, collocata nella cattedrale di Ulaan Bator e chiamata “Madonna dei cenciaioli”, accompagnerà Tsetsegee fino al battesimo e all’incontro con papa Francesco.

Di grande forza sono le pagine dedicate alla Messa celebrata in una ger, la tradizionale tenda circolare abitata dai pastori mongoli nomadi. Le sedie sono ovviuamente disposte in cerchio, tutti siedono quasi alla stessa distanza dall’altare, la stufa crepita al centro e dal toono, l’apertura nel tetto, si intravede il cielo. I gesti della liturgia assumono forme mongole: il rispetto si esprime chinando il capo, la pietra e la corda centrale diventano simboli del battesimo che unisce la terra al cielo. Non è folklore, ma inculturazione autentica: il Vangelo mette radici senza cancellare la storia di un popolo.

Kubacki scrive con la precisione della giornalista e la vulnerabilità di chi non nasconde la propria fragilità spirituale. La Mongolia diventa anche metafora di un possibile deserto interiore. L’autrice non offre ricette pastorali da importare in Europa né l’illusione di una Chiesa perfetta. Racconta fatiche e povertà, ma mostra che una comunità cristiana è credibile quando non pretende di conquistare, bensì serve, ascolta e condivide.

Come germoglio nella steppa è un libro luminoso, colto senza essere accademico, poetico senza diventare retorico. Ricorda che la Chiesa cresce non grazie alla potenza dei numeri, ma per attrazione, gratuità e testimonianza. Il germoglio non domina la steppa e non fa rumore. Eppure nasce, resiste al gelo e annuncia che la storia del cristianesimo, come scriveva il teologo russo Alexandre Men, è forse appena cominciata, con buona pace di tutti i laicisti e pessimisti del mondo.