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Lc 2,22-35 - Quinto giorno fra l’Ottava di Natale
Quando Maria e Giuseppe portano Gesù al Tempio, così come ci racconta la pagina del Vangelo di oggi, non stanno facendo qualcosa di straordinario: stanno semplicemente obbedendo alla Legge. Eppure proprio dentro questa obbedienza feriale, scontata, accade un incontro decisivo. Simeone prende tra le braccia un bambino che non parla, non compie miracoli, non insegna nulla, eppure riconosce in lui la salvezza. È una delle grandi provocazioni del Vangelo: Dio non si manifesta dove c’è potenza, ma dove c’è piccolezza. Non dove tutto è risolto, ma dove tutto è affidato.
Simeone aspettava. Non faceva altro che questo: aspettava fedelmente. Non si era stancato del tempo, non aveva trasformato l’attesa in amarezza. Aveva imparato che la speranza vera non è l’illusione che qualcosa accada in fretta, ma la certezza che qualcosa accade anche se non lo vediamo subito. Per questo quando finalmente vede Gesù può dire: “Ora puoi lasciarmi andare in pace”. Non perché la vita finisca, ma perché finalmente ha senso.
Simeone però aggiunge a Maria parole durissime: “Una spada ti trafiggerà l’anima”. Come a dire: l’amore vero costa. Chi ama davvero non viene risparmiato dal dolore, ma viene salvato misteriosamente proprio attraverso di esso. Gesù non viene a toglierci la croce, ma a insegnarci che la croce a volte è una strada non un muro. E Gesù è “Segno di contraddizione”, non è neutro. O lo accogli o lo rifiuti. Non puoi restare indifferente. Perché Lui entra esattamente nei punti in cui siamo più fragili, più contraddittori, più bisognosi di essere salvati.
Ecco allora che questo bambino, apparentemente così fragile, diventa la luce che rivela i cuori. Non perché giudica, ma perché illumina. E quando qualcosa viene illuminato diventa vero, diventa vivibile. Senza Gesù siamo al buio.




