Epicoco, Gesù veramente

Mt 18,21-19,1 - Giovedì della XX Settimana del Tempo Ordinario

«Quante volte dovrò perdonare mio fratello?». È una domanda bellissima quella che Pietro rivolge a Gesù nel Vangelo di oggi. In fondo è la domanda di ciascuno di noi. Esiste un limite oltre il quale non siamo più tenuti a perdonare? Gesù risponde con un numero simbolico, «settanta volte sette», per dirci che il perdono, quando nasce dall'amore di Dio, non può essere misurato con il calcolo. Subito dopo racconta la parabola del servo spietato. Ed è lì che si trova la chiave di tutto.

Il motivo per cui possiamo perdonare sempre non è che il male ricevuto sia poca cosa. Il motivo è un altro: chi ha fatto davvero esperienza della misericordia di Dio non può più guardare gli altri con gli stessi occhi di prima. Il problema nasce quando perdiamo la memoria di questo dono. Per questo mi colpisce sempre quando qualcuno si presenta davanti a Dio pensando di non avere poi molto da farsi perdonare, come se fosse semplicemente una “brava persona”. La presunzione di sentirsi migliori degli altri è una delle forme più sottili dell'orgoglio.

Chi pensa di non avere ricevuto molto difficilmente sentirà il bisogno di donare molto. Chi invece sa di essere stato rialzato, assolto e amato oltre ogni merito trova lentamente la forza di fare lo stesso con gli altri. Per questo Gesù conclude dicendo che il perdono deve nascere “di cuore”. Non nasce da uno sforzo eroico. Nasce dalla gratitudine. E quando una persona vive nella memoria dell'amore ricevuto, scopre che ciò che sembrava impossibile diventa, poco alla volta, una strada percorribile.