Mc 7,31-37 - Venerdì della V Settimana del Tempo Ordinario

Nella pagina del Vangelo di oggi Gesù incontra un uomo che è sordo e parla a fatica, e lo fa portandolo in disparte, lontano dalla folla. È un dettaglio decisivo, perché ci ricorda che Dio non ama esporre la nostra fragilità, ma la cura nella discrezione. Quest’uomo è prigioniero di una chiusura profonda: non riesce ad ascoltare e non riesce a comunicare.

È l’immagine di tante situazioni della nostra vita in cui siamo bloccati, incapaci di relazione, chiusi nel silenzio o nel rumore che ci difende. Gesù non agisce in modo magico o distante. Usa gesti concreti, tocca le orecchie, la lingua, alza gli occhi al cielo e sospira. Quel sospiro è il segno di un Dio che si lascia coinvolgere, che sente il peso del male e della sofferenza, che non resta indifferente davanti alle nostre ferite. La parola che Gesù pronuncia è “Effatà”, cioè “Apriti”. Sembra volerci dire: Apriti all’ascolto, perché senza ascolto non c’è amore! Apriti alla parola, perché senza parola non c’è comunione!

Molte volte siamo sordi non ai suoni, ma alle persone che ci stanno accanto, alle loro fatiche, ai loro bisogni. E spesso siamo muti quando si tratta di dire ciò che conta davvero: un perdono, una verità, un gesto di tenerezza. Gesù viene a restituirci questa possibilità, a liberarci dalla paura di comunicare. La guarigione è immediata, ma Gesù chiede di non divulgare l’accaduto. È come se volesse dirci che il miracolo non è uno spettacolo, ma un dono da custodire. Tuttavia, quando una vita viene riaperta, diventa difficile tacere. Chi ha sperimentato una guarigione autentica sente il bisogno di raccontare. Anzi, è un effetto collaterale dello stesso miracolo di Gesù. Chi ha fatto un'esperienza simile non riesce a tacere, anche se è Gesù in persona chiederlo.

Venerdì 13 febbraio 2026 – (Venerdì della V Settimana del Tempo Ordinario – Anno pari)