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Lc 12,39-48 - Mercoledì della XXIX Settimana del Tempo Ordinario
«Il padrone tarda a venire». È questa la frase con cui il servo del Vangelo di oggi comincia a tradire la fiducia ricevuta. Non smette semplicemente di aspettare: comincia a comportarsi come se tutto fosse roba sua. E così il potere, che gli era stato affidato per custodire, diventa uno strumento per dominare. È una tentazione che riguarda tutti, soprattutto quando abbiamo delle responsabilità.
Possiamo facilmente confondere l'autorità con il possesso, il servizio con il privilegio, il compito ricevuto con il diritto di fare ciò che vogliamo. Ma nessuno di noi è padrone della propria vita, e proprio per questo nessuno può sentirsi padrone della vita degli altri. Siamo, al massimo, dei fiduciari: persone a cui è stato consegnato qualcosa di prezioso da amministrare in assenza del vero Padrone. Questo vale in famiglia, nel lavoro, nella Chiesa, ovunque qualcuno dipenda dalle nostre decisioni. Una responsabilità non ci rende superiori a chi ci è affidato, ma maggiormente responsabili del suo bene. Il servo infedele comincia a percuotere gli altri quando dimentica di dover rendere conto a qualcuno.
Quando perdiamo il senso del limite, finiamo per usare le persone invece di servirle. La vigilanza di cui parla Gesù non consiste nel vivere terrorizzati dal suo ritorno, ma nel domandarci ogni giorno se stiamo amministrando con giustizia ciò che non è nostro. Il Padrone, tornando, non deve trovare favoritismi, soprusi, arbitri mascherati da “è volontà di Dio”. Deve trovare persone che hanno saputo custodire, non approfittare.
Anche quando sediamo sulle poltrone dei capi il Vangelo ci ricorda che quella poltrona non è un trono. È un posto da cui imparare a servire. E il vero esame della nostra autorità sarà sempre il bene che avremo fatto a chi non aveva il potere di ricambiarci.
Mercoledì 21 ottobre 2026 – (Mercoledì della XXIX Settimana del Tempo Ordinario – Anno Pari)




