Una vetrina si ripara. La distanza che separa un ragazzo dal mondo che vede ogni giorno, invece, non si ricuce con una serranda nuova né con una pattuglia in più. È in quella frattura che don Massimo Mapelli invita a cercare le domande lasciate dalle violenze di Milano: senza attenuanti per chi ha saccheggiato e colpito, ma anche senza l’alibi di chi, condannato il gesto, pensa di avere finito il proprio compito.

Sacerdote della diocesi ambrosiana dal 1997, fondatore dell’associazione Una casa anche per te e direttore della Caritas Sud Milano, Mapelli dal 2004 al 2012 è stato impegnato nella Fondazione Casa della carità "Angelo Abriani" di Milano e nel 2013 ha ricevuto l′Ambrogino d′oro, la massima onorificenza del Comune di Milano, oggi vive con una quarantina di adolescenti e li incontra anche nelle scuole, comprese quelle professionali. «La rabbia la senti, la respiri», racconta: non è un’astrazione, ma qualcosa che attraversa relazioni e conflitti quotidiani.

«Anche dentro la stessa città esistono città diverse», osserva. Mapelli ricorda alcuni minorenni accolti in comunità dopo essersi ritrovati a vivere nei box di una zona come il Corvetto. Nella stessa Milano ci sono coetanei che ogni fine settimana possono partire per una capitale europea o per le Maldive.

La distanza non è soltanto economica: riguarda le possibilità immaginabili, gli strumenti per raggiungerle e la presenza di una famiglia capace di sostenere. «Abbiamo costituito una società ipercompetitiva», dice il sacerdote. E la domanda che dovremmo porci è semplice e scomoda: che cosa succede a chi non tiene il passo? A chi non ha risorse, appoggi, occasioni? Che cosa gli raccontiamo: che vale zero?

È in questa disuguaglianza vissuta ogni giorno che Mapelli colloca una parte della rabbia dei ragazzi, anche di quelli di seconda o terza generazione che sono cresciuti qui e che spesso vengono ancora raccontati anzitutto attraverso le origini familiari. Non propone una spiegazione unica né trasforma la provenienza in un destino. Invita a guardare una condizione comune: giovani che abitano la stessa città e desiderano essere riconosciuti, ma non sentono di avere accesso allo stesso mondo.

Per molti di loro l’esclusione non si manifesta soltanto nella mancanza di denaro. Si misura anche nei segni visibili del successo: la marca sulle scarpe, il cappellino firmato, l’oggetto che permette di non sentirsi fuori posto.

«Vorrei entrarci anch’io»: una frase che può stare dietro l’assalto a una vetrina, non come spiegazione di ogni gesto, ma come indizio di un desiderio di appartenenza deformato in possesso. Mapelli lo ha visto con ragazzi che vivevano in un box al Corvetto: avere un cappellino di marca, magari di un marchio dell’alta moda, diventava fondamentale, perché ai loro occhi sembrava poter restituire un riscatto.

«Poi non è quella roba lì che te lo dà», aggiunge. Ma qualcuno deve accompagnarli a scoprirlo, aiutandoli a riconoscere il proprio valore al di là delle cose che indossano.

La domanda, allora, non è se rubare una scarpa o spaccare una vetrina sia giusto. Non lo è. «La violenza va condannata, questo è fuori discussione», scandisce Mapelli. Capire da dove arriva, però, è un’altra cosa rispetto ad assolverla. Se ci fermiamo alla punizione, rischiamo di non vedere le condizioni che hanno preparato il terreno: famiglie fragili, scuole con poche risorse, agenzie educative lasciate a reggere da sole situazioni sempre più complesse. «Non succede per miracolo», avverte. La rabbia non scompare perché decidiamo di non guardarla.

C’è poi un particolare che dovrebbe inquietare più di molti slogan: tra i ragazzi coinvolti ci sono anche preadolescenti di undici o dodici anni. «Gli adulti dove stanno?», si chiede il sacerdote. La risposta non sta soltanto nell’accusa ai genitori. La responsabilità educativa resta decisiva, ma Mapelli invita a chiedersi perché sia diventato così difficile porre limiti, affrontare i conflitti e accompagnare la crescita. Per paura dello scontro, osserva, gli adulti rischiano di rinunciare proprio a quello scontro necessario tra genitori e figli, tra educatori e ragazzi, in cui si costruiscono regole e fiducia.

E non basta chiedere conto alle famiglie il giorno dopo, magari riducendo tutto a una frase rabbiosa o a un titolo facile. Che cosa facciamo per aiutare quei genitori che hanno pochi strumenti, che vivono a loro volta una precarietà materiale o affettiva? Come li sosteniamo prima che la fatica diventi solitudine? «Nessuno vive su un pianeta a sé», ricorda Mapelli. Questi ragazzi incontreranno i nostri figli a scuola e nei quartieri: la loro fragilità non resta confinata nelle periferie.

Per questo, secondo il sacerdote, anche la distinzione tra centro e periferia non basta più. I confini amministrativi non corrispondono necessariamente ai confini vissuti dai giovani: Milano è anche la sua città metropolitana, le aree in cui si studia, si lavora, si prende un autobus e si cerca un posto nel mondo.

La questione delle seconde generazioni non si riduce alla cronaca delle origini: le relazioni tra adolescenti attraversano da tempo le categorie con cui gli adulti li classificano. La ragazza italiana e il ragazzo di seconda o terza generazione originario del Marocco non abitano due pianeti diversi. Il discrimine decisivo, sempre più spesso, è tra chi si sente atteso e chi si sente lasciato fuori.

C’è poi un’altra contraddizione che gli adulti dovrebbero avere il coraggio di riconoscere. Viviamo in un tempo in cui i leader più potenti parlano continuamente di guerre, bombe, distruzione. Poi chiediamo ai ragazzi di rispettare un manuale di comportamento impeccabile, come se le parole pubbliche non lasciassero tracce. «Le parole che buttiamo nel mondo fanno qualcosa», osserva Mapelli. Non significa attribuire agli adulti la responsabilità diretta dei saccheggi, ma riconoscere che il linguaggio della forza modella l’immaginario, soprattutto quando mancano parole per nominare il disagio.

La risposta, dunque, non può essere soltanto repressiva. Mapelli conosce anche le carceri, comprese quelle minorili, e mette in guardia dal pensare che rinchiudere un ragazzo basti a risolvere il problema. Il rischio è restituirlo alla società più arrabbiato e più solo di prima. La sicurezza è necessaria, ma non esaurisce la politica: servono scuole attrezzate, sostegno alle famiglie, luoghi di aggregazione e presenze educative continuative, prima dell’emergenza.

«Un Paese che spende più in armi che in scuola poi raccoglie quello che raccoglie», dice con una battuta amara. E propone un’immagine concreta: «Se in strada ci sono cinquecento militari, perché non immaginare anche cinquecento educatori»? Non è una contabilità contro la sicurezza, ma la misura di ciò che manca: adulti riconoscibili, disposti ad ascoltare e a restare; luoghi in cui un adolescente sia accompagnato, non soltanto contenuto.

È un lavoro meno spettacolare delle forze dell’ordine e più lento di una risposta d’emergenza. Ma dopo gli scontri la partita è questa: ricostruire comunità, legami, dialogo.

Don Mapelli, adestra, con Alessandra Dolci, per anni coordinatrice della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, oggi procuratrice antimafia del Veneto
Don Mapelli, adestra, con Alessandra Dolci, per anni coordinatrice della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, oggi procuratrice antimafia del Veneto

«Se non dialoghiamo noi con questi ragazzi, se non li educhiamo noi, li educano gli altri», avverte Mapelli. E quegli altri possono essere proprio coloro che alimentano la rabbia e la trasformano in un gesto di cui, domani, i ragazzi stessi potrebbero pentirsi. Una vetrina rotta si vede subito. Il vuoto educativo, invece, resta a lungo sotto gli occhi di tutti, finché qualcuno non decide di farsene carico.