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Lc 12,54-59 - Venerdì della XXIX Settimana del Tempo Ordinario
«E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?». Questa domanda di Gesù sembra rivolta proprio a noi, che sappiamo spiegare tante cose, ma spesso non sappiamo più distinguere ciò che è bene da ciò che semplicemente ci conviene.
Siamo diventati esperti di nuvole, particelle, algoritmi e tecnologie, eppure rischiamo di essere analfabeti davanti alla nostra coscienza. Possediamo strumenti sempre più sofisticati per conoscere il mondo, ma non sempre abbiamo il coraggio di interrogarci su come abitarlo. Gesù ci ricorda che la fede non è una scorciatoia per evitare la fatica di pensare. Non è qualcuno che decide al posto nostro, dispensandoci dalla responsabilità delle scelte. Credere significa anche imparare a discernere, cioè a guardare la realtà senza lasciarsi ingannare dalla comodità, dalla paura o dall'interesse.
La coscienza non è la voce dei nostri capricci: è il luogo serio, libero e delicato in cui ci lasciamo provocare dalla verità. Per questo va educata, ascoltata, messa alla prova. Una fede matura non consiste nell'obbedienza cieca a un'istituzione, come se bastasse delegare ad altri il compito di vivere. Consiste piuttosto nel lasciarsi formare, lentamente, uno sguardo capace di riconoscere il bene anche quando costa. Cristo non ci chiede di spegnere l'intelligenza, ma di usarla fino in fondo, illuminata dal Vangelo.
E forse il segno più bello di una vita cristiana adulta è proprio questo: non ripetere automaticamente risposte imparate, ma diventare persone capaci di assumersi il peso delle proprie risposte. Perché alla fine, nessuno può amare al posto nostro, nessuno può scegliere il bene al posto nostro. E la fede è autentica quando ci rende abbastanza liberi da guardare le cose con gli occhi di Cristo, e abbastanza coraggiosi da agire di conseguenza.





