Gv 11,45-56 - Sabato della V Settimana di Quaresima

Alla fine, in questo brano del Vangelo di Giovanni, arriviamo a leggere la decisione di eliminare fisicamente Gesù. Caifa, sommo sacerdote in quell’anno, lo afferma con chiarezza: «È meglio che un solo uomo muoia per il popolo e non vada in rovina la nazione intera». L’evangelista aggiunge subito un particolare decisivo: «Questo però non lo disse da sé stesso, ma, essendo sommo sacerdote, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi».

C’è qui un paradosso profondo: una decisione nata da calcolo e paura diventa, nelle mani di Dio, rivelazione di salvezza. Gesù morirà davvero per il popolo, ma non nel senso che intendevano i suoi accusatori. Morirà per salvare, per custodire, per radunare. Il Vangelo ci pone queste parole alle soglie della Settimana Santa, quasi a prepararci a ciò che sta per accadere: l’ingresso a Gerusalemme, la passione, la croce. Nulla di ciò che accade è casuale. Tutto si inserisce dentro un disegno di amore che si compie fino in fondo. E forse oggi siamo chiamati a fare un passaggio personale.

Dire che Gesù è morto “per tutti” è vero, ma può restare un’affermazione generica. Il Vangelo, invece, ci chiede di andare oltre: Gesù ha dato la vita per me. Finché non sentiamo che quella croce riguarda direttamente la nostra vita, che quel sacrificio è anche per noi, rischiamo di non cogliere la portata di questo amore. Non è un gesto anonimo, rivolto a una massa indistinta. È un atto personale, che raggiunge ciascuno. Chiunque tu sia, qualunque sia la tua storia, c’è stato un uomo, il Figlio di Dio, che ha dato la vita anche per te. Non perché tu fossi già perfetto, ma perché potessi essere salvato. È questo che rende la croce così disarmante: un amore che arriva fino alle estreme conseguenze, senza condizioni, senza calcoli. E che continua, ancora oggi, a cercare ciascuno di noi.

Epicoco, Gesù veramente