Epicoco, Gesù veramente

Gv 6,52-59 - Venerdì della III Settimana di Pasqua

«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui». Queste parole, che per noi possono sembrare familiari, risultano invece difficilissime per chi le ascolta nel Vangelo di oggi. E, in un certo senso, è comprensibile.

Il linguaggio di Gesù è forte, provocatorio, quasi scandaloso. Nel corso della storia, proprio a causa di queste parole, i cristiani sono stati fraintesi e accusati di pratiche assurde. Ma l’invito di Gesù non ha nulla a che vedere con una lettura materiale o distorta. Non è un invito al cannibalismo, ma alla fede. Gesù ci chiede di credere che in quel pane e in quel vino è realmente presente Lui stesso. Non come simbolo soltanto, ma come presenza vera. E quando mangiamo qualcosa, quel qualcosa entra dentro di noi, ci nutre, diventa parte della nostra vita.

L’Eucaristia, allora, non è un gesto esteriore o soltanto spirituale. È qualcosa di reale. Riguarda tutta la nostra persona: corpo, anima, spirito. È un incontro che passa attraverso la concretezza dei segni e tocca la nostra esistenza in profondità. «Rimane in me e io in lui». È una relazione reciproca, una comunione reale. Non siamo noi soltanto a “ricevere” qualcosa, ma veniamo coinvolti in una vita più grande.

Per questo la fede cristiana non si riduce a una dimensione psicologica o sentimentale. Non è solo un’emozione o un pensiero. È una realtà che si incarna, che si comunica attraverso i sacramenti, e in modo particolare nell’Eucaristia. Gesù conclude con una promessa radicale: «Chi mangia questo pane vivrà in eterno». Davanti a questa parola non ci sono molte alternative: possiamo accoglierla o rifiutarla. E da questa scelta dipende molto della nostra vita. È la stessa domanda che attraversa il Vangelo: ci fidiamo davvero di ciò che Gesù dice, oppure preferiamo allontanarci perché ci sembra troppo grande? La fede, ancora una volta, è una scelta. Una scelta che riguarda la nostra vita concreta.